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11 novembre 2005

Liberia: perde il candidato di Berlusconi :-)

(11 novembre 2005 - RV) Africa. Ellen Johnson-Sirleaf sarà con tutta probabilità la prima donna presidente di uno Stato africano. La 66enne candidata del Partito dell’Unità ed ex ministro delle Finanze, a spoglio praticamente ultimato, è saldamente in testa nel ballottaggio delle presidenziali tenutosi in Liberia martedì scorso. La Johnson-Sirleaf ha ottenuto il 59.1% dei consensi contro il 40.9% di George Weah, l’ex stella del calcio che, prima del voto, era il favorito della consultazione. Fonte: Radio Vaticana

Avevamo già spiegato a suo tempo come la Johnson-Sirleaf fosse la candidata meglio attrezzata per governare la Liberia, senza nulla togliere a Weah (anche se alcune sue alleanze ci sono parse un po' troppo spregiudicate). E pare che anche i liberiani siano stati d'accordo con noi, ne siamo lieti per loro e per l'Africa. Senza contare che quello di veramente rivoluzionario che sta per accadere in Liberia si chiama GEMAP, e potrebbe essere l'inizio della soluzione dei problemi dell'Africa.




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17 ottobre 2005

Non è tutto Weah quello che luccica...

MONROVIA - George Weah, ex centravanti del Milan, ha sfondato ancora una volta. Con il 30 per cento dei voti, ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali in Liberia. La sua rivale, con cui se la vedrà al ballottaggio a novembre (la data sarà decisa a giorni), l’economista Ellen Johnson-Sirleaf, ha preso il 19,6 per cento. Il vincitore è stato subito contattato da alcuni dei 20 candidati perdenti molti dei quali assai chiacchierati. Hanno offerto il loro appoggio al ballottaggio in cambio di una partecipazione al governo. La cosa ha provocato il disappunto tra chi crede che l’ex calciatore rifiuti alleanze compromettenti. «E’ la prova che la sua inesperienza può portarci al disastro - commenta Harvey Roger, giornalista della Radio Liberiana -. Una volta eletto rischia di essere un burattino manovrato da politici scaltri e corrotti». Alcuni sono già entrati nel suo entourage come Winston A. Tubman, nipote del presidente William Tubman che «regnò» dal 1944 al 1971.
Per aiutare Ellen Johnson-Sirleaf si sono mossi invece i leader dei partiti minori e ribelli, meno compromessi con i passati regimi. (...) Fonte: Corriere

Nulla contro Weah, per carità. Ma da tempo stiamo cercando di chiarire come non è detto che Weah sia il miglior candidato per la Liberia. La pensiamo diversamente, come abbiamo avuto modo di spiegare. E il testo di oggi del Corriere non fa che confermare i nostri timori al riguardo, nella speranza che Weah non accetti di imbarcare anche chi, la Liberia, ha contribuito a distruggerla. Se l'ex giocatore del Milan rifiutasse tali alleanze, avremmo qualche motivo in più di speranza per quel paese martoriato.




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10 ottobre 2005

Elezioni in Liberia: è permesso non stare dalla parte di Weah?

(...) La Commissione Elettorale Nazionale (NEC) ha dato inizio alla campagna elettorale il 15 di agosto, ammettendo alla competizione presidenziale 22 candidati – “accompagnati” dai rispettivi candidati alla vice-presidenza – sostenuti in vario modo da ben 30 partiti (...) Alla metà di settembre ancora nessun candidato aveva presentato il proprio programma né quello del proprio partito. I maggiori quotidiani del Paese, dando prova di grande coraggio e consapevolezza, hanno provato a sbloccare questa situazione minacciando di “oscuramento mediatico” tutti i candidati che non avessero reso pubblici i propri impegni politici prima del 26 settembre. Tuttavia, a questo appello hanno risposto solo Ellen Johnson-Sirleaf, candidata dello United Party, e Joseph M. Woah-tee, leader del Labour Party.(...) Molto meno scalpore (di Weah, NdR) ha suscitato l’altro candidato che ha buone possibilità di elezione, Ellen Johnson-Sirleaf. Eppure, l’ex-economista della Banca Mondiale, con un trascorso come ministro delle finanze sotto il governo Tolbert, sarebbe la prima donna ad accedere alla carica di Presidente della Repubblica in tutta la storia del continente africano.
Sconfitta nel 1997, quando fu l’unica a cercare realmente di abbattere il muro di terrore costruito da Charles Taylor, la Johnson-Sirleaf si presenta con un prestigio internazionale accresciuto da diversi anni di servizio in varie agenzie dell’ONU. La sua fama di strenua oppositrice dei regimi oppressivi e sanguinari che hanno tenuto in ostaggio la Liberia per più di vent’anni e il sostegno pubblico ottenuto da parte di un folto gruppo di importanti politici liberiani – prima tra tutte Aisha Keita Conneh, esponente di primo piano del LURD – sono forse l’unico argine capace di opporsi allo “tsunami politico” sollevato dalla candidatura di George Weah. (...) Fortunatamente, però, un comportamento responsabile riguardo alle future politiche di sviluppo del Paese è venuto dai donors internazionali. Stanchi della dilagante e persistente corruzione della classe politica liberiana – che ha contrassegnato in modo sfacciato anche l’attuale Governo di Transizione – hanno deciso di condizionare l’erogazione degli aiuti allo sviluppo all’accettazione da parte del governo stesso di un piano di controllo e monitoraggio della gestione dello Stato, che prende il nome di GEMAP (Governance and Economic Management Assistance Program). Accusato di ledere la sovranità interna e definito “neocolonialismo istituzionalizzato” dai suoi oppositori – numerosi nel campo politico liberiano, scarsissimi tra la popolazione – il GEMAP è stato discusso per quasi due mesi, al termine dei quali si è giunti all’approvazione di una versione condivisa del testo. Esso prevede la presenza di un membro internazionale al fianco del presidente della Banca Centrale e delle cinque più importanti agenzie governative (come ad esempio il Bureau of Marittime Affaire o la Liberian Petroleum Refining Company), con la necessità che ogni atto emanato da queste istituzioni sia firmato da entrambi i funzionari.(...) Fonte: Equilibri

Perdonatemi il lunghissimo post, ma veder ridurre la questione liberiana solo al buon George Weah mi pareva riduttivo, oltre che offensivo per i liberiani stessi. La candidata Ellen Johnson-Sirleaf mi pare meglio attrezzata del buon Weah. Inoltre, la cosa forse più importante è l'adozione del piano di controllo della destinazione degli aiuti internazionali. Un piano che potrebbe essere rivoluzionario per i paesi in via di sviluppo, se funzionasse. E che potrebbe fare da precedente anche per altri paesi cui continuiamo a versare copiosi aiuti senza controllare se essi vadano ai potenti o alla popolazione. Insomma, la Liberia nei prossimi anni andrà tenuta d'occhio, sperando possa diventare un modello.




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25 luglio 2005

Perchè è giusto non cancellare il debito del Kenya

L'esclusione del Kenya dell'elenco dei 27 stati poveri e altamente indebitati, ai quali i paesi del G8 hanno garantito la cancellazione dei debiti multilaterali (...)  ha provocato risentite proteste da parte del governo di quel Paese. Ha anche indotto la Commissione «Giustizia e Pace» dei missionari italiani comboniani e alcune parrocchie e Organizzazioni non Governative del Kenya a rilanciare la campagna W Nairobi W,di cui si fecero promotori nel 2004. (...) Il punto è che il nuovo esecutivo kenyano, guidato da Mwai Kibaki, ha tradito i due principali impegni solennemente assunti di fronte agli elettori e ai donors internazionali che gli fecero vincere le elezioni politiche nel dicembre 2002. Il primo era la lotta alla corruzione, per combattere la quale Kibaki ha ottenuto crediti internazionali destinati a creare i necessari organismi di inchiesta e controllo. Ma alla fine dello scorso anno una serie di scandali hanno rivelato che nulla era stato ancora fatto, e che, in compenso, il denaro destinato alla Commissione anticorruzione era evaporato.

Il secondo cavallo di battaglia del presidente Kibaki e del suo schieramento, la National Rainbow Coalition, era la riforma radicale della Costituzione per dare al paese istituzioni realmente democratiche, prima di tutto riducendo i poteri attribuiti al Capo dello Stato che in Kenya, dall'indipendenza ottenuta nel 1963, è stato anche capo del governo, del Parlamento e della Corte Suprema di Giustizia, capo dell'esercito e persino Magnifico Rettore. Rimandata per oltre due anni, pur essendo stata annunciata come primo punto nell'agenda delle attività governative, la riforma adesso è finalmente in corso di discussione al Parlamento, ma si è scoperto che, per quanto preveda l'introduzione dell'attesa carica di primo ministro, mantiene sostanzialmente invariati i poteri presidenziali. Le manifestazioni di protesta, subito organizzate attorno alla sede del Parlamento, sono state represse con la consueta violenza da parte delle forze dell'ordine, e già si conta almeno una vittima. (...) Fonte: RagionPolitica




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5 luglio 2005

Niente soldi, grazie. Siamo africani (e preferiamo le riforme).

Gli aiuti all’Africa ci costerebbero molto e non servirebbero a niente. A dirlo non è un razzista bianco, ma un africano nero: Moeletsi Mbeki, direttore di un centro di ricerca sudafricano. I politici dell’Africa subsahariana userebbero i fondi per arricchire sé stessi e i loro apparati repressivi, come hanno sempre fatto. Mentre i contadini non sono nemmeno proprietari della loro stessa terra. Fonte: Stefano Magni




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4 luglio 2005

Live8: ovvero aiutare l'Africa. Ma se non si abbattono le dittature rischia di essere tutto inutile

(...) Dopo decenni di negoziati, le nazioni del G8, che si riuniranno in Scozia la prossima settimana, hanno concordato di estinguere il debito dei Paesimiserrimi dell'Africa subsahariana fino a 840 milioni di euro l'anno. E' bastato però l'aumento del prezzo del petrolio per annullare il sollievo del debito cancellato. La bolletta petrolifera costerà adesso ai Paesi infelici 9 miliardi di euro l'anno in più, riaprendo le sabbie mobili dell'indebitamento. Concedere aiuti con l'arroganza infastidita non solo non contribuisce allo sviluppo dell'Africa ma può perpetuare la miseria. Il professor Jagdish Bhagwati e l'economista Fredrik Erixon ce lo ricordano: spesso elargire danaro a pioggia a Stati falliti, dittatori corrotti, burocrazie clientelari, serve solo a prolungare carestie e pandemie. Il Botswana, Paese che ha ricevuto relativamente pochi fondima ha seguito politiche di riforma eque, con una classe dirigente adeguata, gode oggi di un reddito a persona di 6.600 euro l'anno, contro i 50 centesimi al giorno di Paesi limitrofi.

Ha allora torto chi, come lo studioso Jeffrey Sachs, continua a elaborare piani per lo sviluppo? E le rockstar del Live8, cantano sulla tolda fracassona di una nave che affonda? Sarebbe ingeneroso dirlo. E' però il momento, per chi ha davvero a cuore le sorti dell'ultimoContinente, dove l'Homo Sapiens convive con la natura, di ragionare sulle cause profonde di fame ed epidemie.
Il leggendario Nelson Mandela ha chiamato a raccolta le coscienze con il suo grido al Live8: la miseria è prodotta dall'uomo. Vero. Le tragedie del colonialismo, con i dodici milioni di morti che il Re del Belgio fece in Congo, sono olocausto indimenticabile, ma non giustificano le stragi di Mugabe in Zimbabwe o gli orrori del Congo, lacerato dalla cupidigia.(...) Siamo i paladini del mercato globale, quando ci conviene, ma diventiamo protezionisti ultras per tenere lontani i prodotti agricoli e il magnifico artigianato tessile dell'Africa. I sussidi europei allo zucchero hanno ridotto alla fame le cooperative delle donne in Senegal. Se gli africani non riducono in fretta corruzione e dispotismo, e noi occidentali non variamo con altrettanta urgenza un programma di sviluppo raziocinante ma non avaro, povertà, epidemie e guerre dilagheranno nel Continente.(...) Fonte: Gianni Riotta sul Corriere della Sera




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22 giugno 2005

Lo Zimbabwe torna nella Commissione diritti umani dell'Onu. Chi l'ha votato? boh!

(...) lo Zimbabwe è stato rieletto come membro a tutti gli effetti della Commissione Onu per i Diritti Umani. Sì, proprio lo Zimbabwe, la povera nazione guidata dal dittatore Robert Mugabe, uno dei peggiori esempi di violazione dei diritti umani al mondo. Potrà sembrare pazzesco che un regime che minaccia l’opposizione politica con la violenza e la miseria possa sedere tra coloro che devono giudicare il rispetto dei diritti umani di altri Stati. Ma il fatto in sé non è più pazzesco di chi è responsabile della rielezione dello Zimbabwe. Ed ecco la stupefacente risposta: nessuno.

Certo, il 27 aprile a New York c’è stata un’elezione ufficiale in cui i vari Stati hanno espresso il loro voto. In pratica, però, queste procedure sono fatte apposta per occultare qualsiasi responsabilità rispetto alle decisioni prese dall’organizzazione. L’organismo che gestisce la Commissione per i Diritti Umani è il Consiglio Economico e Sociale. L’EcoSoc, come è chiamato questo gruppo composto da 54 nazioni, è a sua volta diviso in gruppi regionali e a ognuno di questi blocchi viene automaticamente assegnato un certo numero di seggi nella Commissione per i Diritti Umani. Quest’anno i 14 membri africani hanno avanzato la candidatura di tre nuovi arrivati, Botswana, Camerun e Marocco e proposto la rielezione dello Zimbabwe. Così, 14 ambasciatori africani alle Nazioni Unite — o in certi casi i loro rappresentanti EcoSoc—hanno «votato », e le nazioni neofite e quella rieletta sono state scelte per far parte per tre anni della Commissione per i Diritti Umani. Allo stesso modo Cuba, un altro esempio di virtù in materia di diritti umani, venne rieletta nel 2003 dai Paesi dell’America Latina, così come gli Stati asiatici rieleggono la Cina ogni tre anni fin dal 1982. Secondo l’organizzazione Freedom House, il 30 per cento dei Paesi che al momento siedono nella Commissione per i Diritti Umani è ai primi posti nelle classifiche delle violazioni di quegli stessi diritti che dovrebbe tutelare. (...) Fonte: Corriere




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22 giugno 2005

Capire la Somalia in quattro post.

E' quello che ci aiuta a fare shockandawe raccontandoci le sue esperienze di docente in Somalia. Non vi riporto nula perchè credo vadano lette per intero. Buona lettura.




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16 giugno 2005

Sulla cancellazione del debito ai paesi in via di sviluppo qualche utile riflessione controcorrente.

Erano anni che i fautori della cancellazione del debito manifestavano affinché questo avvenisse, convinti che la situazione di debito dei paesi poveri fermasse lo sviluppo degli stessi, precludendo a ogni forma di processo economico volto al miglioramento dello stato di vita delle popolazioni interessate. (...) Aspettarsi tutto questo, sarebbe logico se i prestiti concessi fossero stati usati per lo scopo per cui erano stati richiesti, quelli cioè legati allo sviluppo socio-economico delle nazioni beneficiarie di tali prestiti. In realtà, la situazione è molto diversa. Gli Stati beneficiari dei prestiti hanno investito solo il 12% delle somme erogate per lo sviluppo, deviando il rimanente 88% in non ben definite strategie di sviluppo, legate prevalentemente al rafforzamento del potere da parte della classe dominante, acquisto di armi per il rafforzamento delle forze armate, pagamento di parcelle fantasma a improbabili consulenti, costruzione di centri commerciali intestati generalmente ai famigliari di chi detiene il potere o di chi lo amministra per suo conto.

Palesemente evidente è la situazione in Uganda, uno dei paesi beneficiari del provvedimento, dove nella sola Kampala sono ben sei i grandi centri commerciali riconducibili ai famigliari del presidente Museveni, quattro le discoteche, otto le joint-venture con aziende estere che trattano tabacco, caffé e frutta, tre le testate giornalistiche, ventidue le grandi aziende agricole e di allevamento.

Nessuna costruzione di impianti idroelettrici sul Nilo (26,8 milioni di dollari erogati), nessuna bonifica dello Slum della città di Kampala (13,2 milioni di dollari erogati), nessuna elargizione gratuita di medicinali anti malaria (22,9 milioni di dollari erogati), nessuna politica di incentivazione all'agricoltura rurale ( 9,5 milioni di dollari erogati), nessuna politica di riabilitazione dei bambini di strada (7,1 milioni di dollari erogati), nessuna politica di riabilitazione dei bambini soldato (9 milioni di dollari erogati), nessuna politica di escavazione di pozzi nella regione di Karamoja (21,8 milioni di dollari erogati) e la lista potrebbe continuare a lungo.

Scorrendo questi dati è evidente come il denaro destinato a opere mirate allo sviluppo non sia mai effettivamente giunto alla destinazione per cui era stato elargito. La stessa situazione è presente in tutti gli Stati beneficiari del provvedimento preso dal G8 e in quelli che ne beneficeranno nel prossimo futuro. Allora, appurato questo, chi realmente beneficia del provvedimento preso dal G8? In primo luogo ne beneficiano tutti quei capi di Stato, funzionari, diplomatici, parenti, amici, amici degli amici che fino a oggi hanno usato il danaro elargito per scopi personali e non per lo sviluppo.(...) Da ora in poi sarà necessario controllare la destinazione finale delle somme elargite ai paesi in via di sviluppo. (....)A questo andrebbero aggiunte precise garanzie in merito al rispetto dei diritti civili, escludendo dai finanziamenti quegli Stati che fanno della prevaricazione, della violenza e del controllo del potere attraverso forme autoritarie e repressive, una forma di governo. Cancellare il debito dei paesi poveri senza prendere provvedimenti per lo sviluppo futuro degli stessi, sarebbe favorire unicamente chi con quei crediti si è arricchito a discapito di milioni di persone costrette a lottare per non morire di fame. (...) Fonte: Pagine di Difesa






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7 giugno 2005

Il tribunale dell'Onu si muove per i crimini nel Darfur. Ottima notizia, a patto che non abbia i tempi del processo a Milosevic...

L'AIA - La Corte penale internazionale (Cpi) dell'Aia ha aperto un'indagine sui presunti crimini di guerra commessi nel Darfur, in Sudan. La Cpi in un comunicato ha precisato che «l'inchiesta sarà imparziale e indipendente e si concentrerà sui responsabili dei crimini commessi in Darfur». Lo scorso 5 aprile il procuratore della Cpi, l'argentino Luis Moreno Ocampo, aveva ricevuto dal segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, una lista con i nomi delle persone accusate da una commissione d'inchiesta internazionale (guidata dal giurista italiano Antonio Cassese) di aver commesso crimini di guerra nella regione sudanese. Nel rapporto si sottolineava che in Darfur erano stati compiuti crimini di guerra e violazioni dei diritti dell'uomo qualificabili come crimini contro l'umanità.
È la prima volta che l'Onu deferisce una questione alla Cpi.
La decisione è stata presa dopo le pesanti accuse al governo sudanese di non fare abbastanza per fermare le violenze delle milizie arabe (janjaweed) contro i villaggi cristiani.

Profughi del Darfur (Ansa)
2 MILIONI COINVOLTI IN VIOLENZE - Secondo stime Onu sono due milioni i civili coinvolti nelle violenze iniziate nei primi mesi del 2003 dall'insurrezione armata di due gruppi ribelli per protestare contro l'esclusione da parte del governo di Khartoum. Secondo alcune fonti, le vittime potrebbero già essere più di 180 mila. Il rapporto della commissione Cassese contiene anche i nomi di una cinquantina di persone, tra cui ufficiali dell'esercito ed esponenti del governo, accusate di gravi violazioni dei diritti umani. (....) Fonte: Corriere




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1 giugno 2005

Darfur: chi denuncia gli sturpi viene arrestato

Due operatori umanitari di Médicins Sans Frontières Olanda sono stati arrestati in Sudan. Paul Foreman, responsabile dell’organizzazione nel Paese africano, è stato fermato lunedì dalla polizia a Khartoum e rilasciato sotto cauzione. Vincent Hoedt, coordinatore regionale a Nyala, capoluogo del Darfur meridionale, è stato prelevato stamattina dalla sua casa e trasferito nella capitale. Entrambi sono accusati di crimini contro lo Stato, per aver pubblicato un’inchiesta su almeno 200 donne di origine africana stuprate dai miliziani arabi filogovernativi, i sanguinari janjaweed. Come spesso accade in questi casi, i colpevoli sono a spasso e chi difende la povera gente finisce sotto le grinfie della giustizia.(...) Fonte: Corriere




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19 maggio 2005

Etiopia: le prime elezioni dopo 3000 anni. Imperfette, ma la democrazia sembra avviata.

Il governo etiopico sostiene di aver vinto le elezioni (le prime libere in tremila anni di storia del Paese) e di avere ancora mantenuto una grande maggioranza in Parlamento. Nello stesso tempo ha ammesso di aver perso Addis Abeba: sarà l’opposizione a esprimere il sindaco. Ma chi esce trionfante dal voto è il primo ministro Melles Zenawi, che ha tenacemente voluto portare il suo Paese sulla strada della democrazia, lottando anche all’interno del suo partito, l’Eprdf (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Font, una coalizione di forze dominata dai tigrini), contro i falchi che premevano perché le libertà fossero messe «sotto stretta sorveglianza».E’ bene ricordare che solo alla fine degli anni ’80 Melles era considerato come uno dei guerriglieri africani filo albanesi (l’Albania di allora, quella dell’ortodossia comunista di Enver Hoxha). Ora può a ragione presentarsi come uno dei leader più illuminati dell’Africa e la perdita di Addis Abeba rafforza ancora di più la sua immagine, giacché può sbandierare al mondo la sconfitta nella capitale come una vittoria della democrazia etiopica. Melles così mette alla prova anche l’opposizione che ora dovrà dimostrare di saper amministrare una città, tenendo fede alle promesse fatte (...)Tutto sommato – hanno sostenuto – il voto si è svolto regolarmente anche se prima di dare un giudizio definitivo dobbiamo attendere che arrivino i rapporti dalle zone più remote del Paese. Lì, lontano da occhi «internazionali» è più facile commettere brogli e irregolarità. «Ci saranno stati anche episodi di violenza e brutalità – spiega un diplomatico raggiunto ad Addis Abeba – ma non sembra che quella dei brogli e delle intimidazioni sia stata una pratica messa in atto sistematicamente dal governo».(...)L’Etiopia, Paese poverissimo, è uno dei Paesi africani più avanzati, in fatto di libertà politiche e il governo ha fatto parecchio per rendere queste elezioni «libere e democratiche». Le elezioni precedenti nel 1995 e nel 2000 non vengono neppure considerate tali perché furono viziate da gravi squilibri e irregolarità e le prime furono boicottate dall’opposizione. Quelle di domenica hanno rappresentato una novità assoluta (e non solo per l’Etiopia, ma probabilmente per tutta l’Africa) per l’affluenza alle urne, assai alta, per la tranquillità con cui si sono svolte, almeno ad Addis Abeba, e per la trasparenza del processo elettorale stesso: stavolta l’opposizione, che già può contare su una stampa indipendente, è stata ammessa (gratis) a dibattiti radio e televisivi (ha avuto il 50 per cento del tempo dedicato alla politica), il numero di firme necessarie a presentare un candidato è stato abbassato e tolti tutti i vincoli che impedivano manifestazioni e meeting pubblici.
Ha votato il 90 per cento dei 25,6 milioni di elettori che si erano registrati, su una popolazione di 72 milioni.(...) Il primo ministro in carica, l’uomo che esercita gran parte del potere, Melles Zenawi, ce la sta mettendo tutta per dare al suo Paese un’immagine democratica e liberale che gli consenta di sedere nel consesso delle nazioni con autorevolezza e prestigio. Le elezioni serviranno comunque anche come test per lo stesso Melles, la cui vittoria è scontata: se andrà tutto bene e non ci saranno violenze ha promesso di fare altri passi verso una democrazia completa. E’ stato lui a guidare nel 1991 i ribelli che hanno cacciato il dittatore militar-comunista, colonnello Mengistu Hailè Mariam. Da allora è al timone di una coalizione di ex Fronti di Liberazione, riuniti sotto la sigla, appunto, Eprdf che praticamente finora ha gestito tutto il potere. Negli ultimi anni, comunque l’opposizione è cresciuta e Cud e Uedf hanno potuto catalizzare simpatie e consensi di vari strati della popolazione, soprattutto nelle zone urbanizzate. Ad Addis Abeba la scorsa settimana sono riusciti a portare in piazza almeno un milione di persone.




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10 maggio 2005

L'islam estremista porta anche la poliomelite

(...) La ragione del fallimento della campagna antipoliomielitica in Nigeria è nota. Da due anni alcuni Stati islamici del nord - quelli che dal 1999 hanno adottato uno dopo l'altro la legge coranica e che assecondano la diffusione di un islam integralista - rifiutano di sottoporre i bambini alle vaccinazioni ritenendo che, con il pretesto di immunizzarli, in realtà si attui un piano occidentale anti-islamico che mira a rendere sterili le bambine.(...) Fonte: Ragionpolitica




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7 aprile 2005

Zimbabwe: l'occidente tace. Tutto.

Cominciano ad emergere i dettagli della prevedibile, prevista e non evitata frode elettorale Mugabe-style. Sokwanele ha gli aggiornamenti in tempo reale. Altre notizie qui. La polizia è schierata nelle strade della capitale. Ma anche dai piccoli centri arrivano le voci della protesta. Basterebbe un non abbiate paura da qualche cancelleria occidentale... Fonte: 1972




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5 aprile 2005

Zimbabwe: un disastro annunciato, grazie anche al Sudafrica.

Zimbabwe. Non finisce qui. Dopo qualche incertezza l'opposizione prende coraggio e chiede la ripetizione delle elezioni. Mugabe - garantitosi l'impunità con la complicità dei suoi vicini di casa vigliacchetti - ha voglia di fare dello spirito e dice che governerà fino a cent'anni. Difficile che per allora esista ancora lo Zimbabwe. Thabo Mbeki, il presidente sudafricano, non ha mancato l'ennesima occasione per dimostrare tutta la sua inettitudine. E' triste che il suo paese non riesca a darsi una classe politica degna di questo nome dopo la tragedia dell'apartheid.

Thursday's election in Zimbabwe was not merely stolen. It was stolen with the complicity -- no, practically the encouragement -- of Africa's most influential democrat. If you think too long about this democrat, moreover, you reach a bleak conclusion. For all the recent democratic strides in Africa, the continental leadership that was supposed to reinforce this progress is not up to the challenge. The bankrupt democrat in question is Thabo Mbeki, South Africa's president. Fonte 1972




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31 marzo 2005

Zimbabwe: un voto senza grandi speranze

Vigilia di un voto senza speranza nello Zimbabwe. In linea con la tradizione staliniana o kimjongiliana, Mugabe continua ad usare la fame come arma politica. Anche se a leggere la BBC sembra una festa, la realtà è quella di un paese ridotto ai minimi termini in cui - nonostante tutto - si trova ancora qualcuno che ha voglia di lottare. Per seguire le prossime ore non dimenticate questo blog. Mentre il CS Monitor spiega come e perché la Cina sta intervenendo nella politica africana(...) Grazie a 1972




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30 marzo 2005

Darfur: dopo 300 mila morti, l'Onu si accorge della crisi del Darfur

Con 12 voti a favore e 3 astensioni (Algeria, Cina e Russia) il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione presentata dagli Stati Uniti per cercare di arginare la violenta crisi in atto nella vasta regione occidentale del Darfur, teatro da oltre due anni di scontri armati e di una grave situazione umanitaria.
La risoluzione approvata prevede la costituzione di un Comitato speciale per controllare l'embargo di armi e informare su eventuali violazioni del divieto; inoltre dovrà controllare e approvare gli spostamenti di uomini e mezzi militari sudanesi nella regione.
Il testo prevede che il Segretario generale dell'Onu stabilisca un gruppo di esperti, con base ad Addis Abeba; inoltre, prevede il divieto di ingresso nella regione per tutte le persone o i gruppi stimati in grado di porre in essere azioni che possano compromettere il processo di pace o la stabilità nella regione.
Questi individui o gruppi dovranno essere individuati dal comitato, che potrà decidere di applicare sanzioni finanziarie ed economiche fino al congelamento di tutti i loro averi oltre che di limitare la loro libertà di spostamento.
Critiche alla risoluzione sono state espresse, oltre che dai rappresentanti di Algeria, Cina e Russia, dall'ambasciatore sudanese che, invitato a parlare davanti al Consiglio di sicurezza, ha dichiarato che il testo approvato appartiene in realtà al Congresso statunitense, che ignora completamente la storia e la realtà del Paese africano.(...) Fonte: Excite

Solita scena all'Onu: gli Usa chiedono l'intervento Onu in nome della difesa dei diritti umani da una parte, e dall'altra parte si oppone resistenza in nome del "multiculturalismo" (le eccezioni russe esposte all'Onu sembrano ripetere il mantra no-global "voi americani non capite gli usi e costumi africani"). Come se 300 mila morti non fossero abbastanza. Pensate a come sarebbe diversa l'informazione se solo i media dedicassero un secondo al Darfur per ogni persona uccisa...ma qui viviamo in un mondo al contrario. Nonostante dicano che i nostri media siano in mano ai poteri forti (filoamericani, ovviamente), si parla molto di più di Abu Ghraib o di Guantanamo (in funzione antiamericana) che del Darfur (dove nessuna colpa può essere attribuita agli Usa). Questo è lo scandalo. E alla regola certo non sfuggono i vari media "alternativi". Alternativi a cosa poi, visto il loro conformismo, resta davvero da capirlo....




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30 marzo 2005

Il Muro elettrificato di cui la sinistra italiana non parlerà mai. Neanche sotto tortura. Anche perchè lo paghiamo anche noi....

(...) Siamo al confine tra Botswana e Zimbabwe, Africa del Sud. Da una parte una piccola nazione di neppure due milioni di abitanti con uno dei redditi più alti dell'Africa (dalle miniere del Botswana viene estratto il 30 per cento di tutti i diamanti del pianeta); dall'altra un Paese povero, allo sbando, dove - dicono le statistiche - un quarto dei quasi 13 milioni di abitanti sarebbe pronto a lasciare casa e a partire immediatamente. Meta preferita: il Botswana.(...)Secondo quanto riportato dall'agenzia Peacereporter, un finanziamento allo sviluppo concesso dall'Unione europea al Botswana (34 milioni di euro) andrà a pagare altre centinaia di chilometri di barriera. Sarà un caso, ma il Paese africano è tra i principali esportatori di carne di manzo in Europa. La vicenda del muro elettrificato ha comprensibilmente deteriorato i rapporti tra Harare e Gaborone. Il governo Mugabe (peraltro poco credibile sul fronte dei diritti umani) accusa i vicini, senza mezzi termini, di aver realizzato «la versione africana del muro di sicurezza d'Israele» e «tante piccole strisce di Gaza»: villaggi appartenenti alle comunità San ed Herero tagliati in due o privati delle vie d'accesso all'acqua. Il che innesca a ripetizione vere e sanguinose guerriglie: da una parte, gli abitanti dei villaggi che tentano di rimuovere quella innaturale separazione; dall'altra, la polizia e l'esercito del Botswana impegnato a far rispettare la struttura e la demarcazione del confine. Per gli attivisti dei diritti umani si tratta di una separazione inaccettabile e di un'anacronistica riedizione dell'apartheid; per gli ecologisti di una bizzarra e quanto mai dannosa invenzione. Mentre in diversi Paesi dell'Africa si sta lavorando per creare parchi trasnazionali, nel Delta dell'Okawango, una delle aree più ricche di fauna, si erige una barriere che impedisce il libero movimento e la riproduzione degli animali, con conseguenze notevoli per l'ambiente e la sopravvivenza delle specie selvatiche.(...) Fonte: Avvenire

Vogliamo scommettere che non ci sarà neanche una manifestazione contro questo Muro? E se non ci sarà, sarà interessante chiedere ai leader no-global come mai ci siano Muri da odiare e Muri da ignorare. Cos'è una specie di Apartheid dei Muri applicata ai paesi? Se il Muro è costruito dagli ebrei non va bene, e se è costruito da africani sì?




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30 marzo 2005

Africa: no-global antioccidente contro no-global anti commercio di armi.

Si è svolta il 22 marzo la Giornata mondiale dell'acqua, una delle celebrazioni ONU più attese quest'anno perché ha coinciso con l'inaugurazione ufficiale del Decennio internazionale di azione 2005-2015 dedicato dal Palazzo di Vetro alla campagna "Acqua per la vita". Come ormai accade con tutte le celebrazioni delle Nazioni Unite, il mondo no global ne ha fatto un'occasione di propaganda delle proprie virtù e dei peccati dell'Occidente. (...) Complessivamente si ritiene che siano circa un miliardo e mezzo le persone che soffrono di grave carenza d'acqua e si teme che la cifra possa raddoppiare nei prossimi 15 anni. I bambini in queste condizioni sono 400 milioni, circa un quinto della popolazione infantile mondiale.(...) Le conseguenze sono sconvolgenti. Secondo l'Unicef, per questo ogni giorno muoiono almeno 4.000 bambini. Di fronte a un tale dramma, lo schieramento no global, con in testa i portavoce del mondo del volontariato e della cooperazione allo sviluppo, non trova di meglio che denunciare l'Occidente (...) altri esponenti no global, riuniti negli stessi giorni a Roma per preparare le prossime battaglie contro gli armamenti, che culmineranno a luglio con la seconda Conferenza delle Nazioni Unite sui traffici illeciti di armi, hanno mostrato di sapere che anche i governi dei Paesi cosiddetti poveri hanno qualche colpa: ogni anno in Africa, Asia, Medio Oriente e America Latina si spendono in media 22 miliardi di dollari per l'acquisto di armi: una somma che avrebbe permesso a quei Paesi di tenere il passo con gli "Obiettivi del Millennio" stabiliti dall'ONU, di eliminare l'analfabetismo (10 miliardi di dollari l'anno) e di ridurre la mortalità infantile e materna (12 miliardi di dollari l'anno) (MISNA, 24/3/2005). «Milioni di persone pagano a caro prezzo le scelte sbagliate dei rispettivi governi che preferiscono investire risorse e ingigantire il loro debito estero nella corsa agli armamenti piuttosto che sostenere programmi virtuosi, e spesso meno costosi, di sviluppo economico e lotta alla povertà» ha affermato Marco Bertotto di Amnesty International Italia.(...) Fonte: Ragionpolitica 

Buffo come i no-global, pur di andare contro qualcuno (non importa chi, basta che sia democratico e occidentale), arrivino a contraddirsi. Peccato che nessuno gli ricordi che invece di inseguire gli effetti delle dittature (carenza di infrastrutture e acquisto massivo di armi), sarebbe più facile cercare la democrazia. E' nei paesi democratici infatti, che è più facile si sviluppi il benessere e la pace, che porta quindi ad un minor investimento in armi. Ma la democrazia, per i no-global, non è mai stata la priorità. Anzi, portando essa sviluppo, forse per loro potrebbe avere anche qualcosa di maligno....




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25 marzo 2005

Ciad: riapriremo dopo 33 anni le relazioni diplomatiche con Israele

Tel Aviv, 25 mar. - (Adnkronos/Dpa)- Israele e Ciad stanno per riannodare le relazioni diplomatiche, interrotte 33 anni fa su iniziativa del paese africano. Lo ha reso noto la radio israeliana, spiegando che una delegazione dello stato ebraico ha visitato il Ciad alcuni mesi fa e che il ministro degli Esteri Silvan Shalom si rechera' presto a N'Djamena.(...) Il Ciad ha intanto proposto l'invio di una delegazione in Israele. (...) L'avvio della ripresa dei rapporti coincide con la dichiarazione del cessate il fuoco tra israeliani e palestinesi, l'otto febbraio a Sharm el Sheikh, a cui e' seguito il ritorno in Israele degli ambasciatori egiziano e giordano. Il Ciad e' abitato prevalentemente da musulmani a nord e da cristiani e animisti a sud.(Cif/Zn/Adnkronos)

Bene. Un altro piccolo passo verso l'accettazione dell'esistenza di Israele da parte del mondo islamico




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21 marzo 2005

Uganda 2005: donne fatte a pezzi, madri costrette a uccidere i propri figli. E il mondo sta a guardare

(ANSA) - KAMPALA, 21 MAR - Un gruppo di donne che trasportavano legna da ardere nei pressi di un piccolo villaggio nell'estremo nord dell'Uganda sono state attaccate ed orribilmente mutilate da ribelli appartenenti all' Esercito di Resistenza del Signore (Lra). Lo ha reso noto il colonnello
Walter Ochora, responsabile militare dell'area di Gulu, epicentro della guerriglia che dura ormai da quasi 19 anni. Le donne pare fossero sette, e sarebbero state loro tagliate labbra, orecchie e seni, o parte di essi. Ma secondo fonti stampa, in realta' solo tre avrebbero subito tali sevizie,
mentre numerose altre sarebbero state rapite. In particolare a quanto riferisce oggi il quotidiano governativo 'New Vision', a infierire sulle donne sarebbe stato un 'guerrigliero' di 15-16 anni.
Questo tipo di sevizie e' relativamente diffuso nella mostruosa guerra che insanguina il nord dell'Uganda: e' una sorta di monito per terrorizzare le popolazioni civili, garantirsi la loro cooperazione ed il silenzio.
Lo Lra predica l'abbattimento dello stato secolare ugandese, che vorrebe sostituire con una nazione basata sul rigido rispetto dei precetti biblici, in particolare i Dieci Comandamenti. Anche se nulla di cristiano vi e' nella sua crudelissima azione. Finora si calcola che la ribellione abbia
causato circa 100.000 vittime, 25.000 i bimbi rapiti (serve-concubine le fanciulle, minimiliziani i ragazzi); mostruosita' di ogni tipo (perfino mamme costrette ad uccidere un figlio per salvarne magari altri due), ed 1,6 milioni di persone, di fatto l'intera popolazione civile, costretta ad abbandonare villaggi ed aree cotivabili
per cercare rifugio in campi profughi dove manca anche l'indispensabile per sopravvivere, e spesso in balia degli attacchi dei ribelli.(...) (ANSA).

100 mila morti, 25 mila bambini rapiti, 1 milione e mezzo di profughi. Mobilitazioni per fare pressioni sui governi: zero. E non ci vengano a dire che le ideologie sono cadute...




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17 marzo 2005

Repubblica Democratica (?) del Congo: Onu denuncia cannibalismo perfino sui bambini

Un generale dell'Onu ha denunciato terribili atrocità nell'Ituri, nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, ai danni della popolazione. Alcuni miliziani hanno cotto alla brace corpi umani per mangiarli e fatto lessare vive due bambine davanti agli occhi della loro madre. "I responsabili di queste atrocità saranno condotti davanti alla giustizia" ha dichiarato il generale olandese Patrick Cammaert. Il generale ha aggiunto che la forza Onu sta cercando di privare la milizia delle sue forniture di armi, che a quanto pare passano dalla vicina Uganda. Il rapporto dell'Onu si basa su testimonianze raccolte durante un anno e che riferiscono di centinaia di rapimenti, di decapitazioni e di torture, di riduzione in schiavitù in campi di lavoro, nella pesca, per i lavori domestici o per schiavitù sessuale. "

Diversi testimoni hanno segnalato casi di mutilazione seguiti da morte o di decapitazione. E' stato riferito che organi vitali sono stati asportati e usati come amuleti magici. Ci sono anche informazioni secondo cui bambini (dell'etnia) Hema sono stati gettati su frecce conficcate nel terreno. Inoltre, vi sono stati casi di persone costrette da miliziani a nuotare nel lago Alberto, che separa il Congo dall'Uganda, fino ad annegare per sfinimento.

Uno dei testimoni, Zainabo Alfani, ha descritto in quali circostanze è stata costretta a guardare i ribelli uccidere e mangiare due dei suoi bambini nel giugno 2003. Un terzo bambino è sfuggito alla sorte perché, di soli sei mesi di vita, è stato considerato troppo piccolo per essere mangiato. Zainabo è stata violentata da numerosi ribelli e mutilata. E' morta domenica in ospedale, circa due anni dopo aver subito le torture, soccombendo all'Aids contratto durante gli atti di barbarie. La sua testimonianza è stata raccolta in febbraio ed è stata resa nota dopo il suo decesso per evitarle rappresaglie. Fonte: TgCom

Mi piace la diversità culturale, ci mancherebbe. Ma se qualcuno in questi casi avesse il coraggio di tirar fuori le solite frasi come "bisogna capire le altre culture prima di condannarne gli usi",piuttosto che " non possiamo imporre loro le nostre regole", giuro che prendo il lanciafiamme.




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17 marzo 2005

Mauritania: la schiavitù è ancora una realtà

Nouakchott, 17 mar. (Adnkronos/Dpa) - In Mauritania esiste ancora la schiavitu'. A lanciare l'allarme e' l'organizzazione Sos Esclaves, che denuncia il caso di una ragazza di 26 anni, costretta fin da piccola ad allevare il bestiame del suo padrone. Jaballah Mint Mohammed, questo il suo nome, non ha mai avuto la possibilita' di studiare il Corano, quindi di ricevere un'istruzione, e che ha sistematicamente subito violenze, vivendo sempre in condizioni di poverta' estrema.

Quando e' riuscita a fuggire, le autorita' mauritane l'hanno aiutata, senza pero' processare l'uomo che l'aveva asservita completamente ai suoi voleri. Una violazione inaccettaile secondo l'organizzazione, considerato che il governo ha abolito la schiavitu' nel 1981, un male che secondo il governo del presidente Maaouya Ould Taya sarebbe stato del tutto sradicato dal Paese. (segue)




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22 febbraio 2005

Rutelli meritoriamente va nel Darfur. Grazie Francesco.

NYALA (Sudan) - Lo sceicco Abdulrhaman si avvicina con la sua jallabia un po' sporca e lacera, si siede sulla stuoia bucherellata sulla sabbia e stringe la mano a Francesco Rutelli. Intorno a loro una cinquantina di uomini. Il santone non perde tempo in convenevoli e lancia una serie di accuse contro il governo sudanese: «Continuano gli attacchi, ci bombardano con aerei ed elicotteri, stuprano le nostre donne, rapinano il cibo che ci manda la comunità internazionale». La parola janjaweed , i miliziani filogovernativi che terrorizzano la popolazione, risuona più volte nell'aria. Barbara Contini, l'inviato della cooperazione italiana nel Darfur, ordina al traduttore che fa da interprete tra Rutelli e lo sceicco: «Non pronunciare quella parola».(...)Rutelli ascolta in silenzio, cerca di capire. Forse non pensava di trovarsi di fronte a una tragedia simile.
«Cosa possiamo fare per voi?» chiede allo sceicco. E lui senza esitare: «Sicurezza, sicurezza, sicurezza». La conversazione viene interrotta dall'arrivo di una donna che si siede in mezzo ai due interlocutori e li fa tacere. I suoi abiti sembrano usciti di fresco da una lavanderia. Stonano in quell’ambiente di disperati. Lei, agente del governo, cerca di obiettare: «Qui al campo va bene, c'è da mangiare e acqua per tutti, non c'è violenza». Interviene Barbara Contini: «Vieni cara, portami in giro tra le tende; fammi vedere». La prende per mano e la porta via. Ma ormai l'incantesimo è rotto, la gente ha paura e si disperde: «Un attimo dopo che ve ne sarete andati, la polizia ci sarà addosso e ce la farà pagare per quello che vi abbiamo detto - confessa un uomo -. Parlarvi è stato un errore tanto non potete fare niente, nessuno ci difende».
I rapporti che arrivano dall'Onu sono raccapriccianti: «Mentre il governo firma la pace con i guerriglieri del Sud in Darfur continua a sterminare gli abitanti» recita una nota interna. E un’altra mette sull'avviso: «Da un lato Khartum ha speso 300 milioni di dollari: aerei, elicotteri, armi leggere e pesanti. Dall'altro, ha chiesto la remissione dei debiti e l'Ua ha promesso 600 milioni di dollari per attuare il trattato di pace con il Sud».(...)L'aviazione sudanese dovrebbe chiedere e ottenere il nostro permesso prima di volare. Invece ogni giorno aerei ed elicotteri si alzano senza dirci nulla. Partono carichi di bombe e tornano vuoti. Non sappiamo dove le scarichino, ma lo immaginiamo».
Dopo la visita a Nyala, Rutelli è convinto: «Occorre rafforzare il mandato delle truppe dell'Unione Africana e garantire un finanziamento da parte dell'Ue. Infine, sarà necessario mettere sotto processo per crimini contro l'umanità quei dirigenti, una cinquantina, indicati dal rapporto Onu come organizzatori e ideologi dei massacri». Fonte: Corriere




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2 febbraio 2005

Darfur: mentre il massacro continua, l'Onu discute.

Darfur, nella boscaglia e nei villaggi poveri del Sudan occidentale, sono stati massacrati almeno settantamila civili inermi, migliaia di donne stuprate da bande di miliziani selvaggi, detti janjaweed, e un milione e ottocentomila uomini, donne, vecchi e bambini ridotti allo stato di profughi e scacciati dalle loro case. Gli squadristi arabi, nell’indifferenza se non la complicità del governo, attaccano a cavallo le capanne, uccidono, seviziano, mettono in fuga la popolazione. Dopo una campagna della stampa internazionale e delle organizzazioni non governative, il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha deciso di vederci chiaro e una sua commissione di inchiesta ha pubblicato un rapporto in 176 pagine. E’ in corso un genocidio contro gli africani neri da parte degli arabi? Il tomo denuncia atroci violazioni del diritto internazionale , «il massacro di civili, la tortura, il rapimento, la violenza carnale, il saccheggio, la pulizia etnica», ma non qualifica la campagna di odio come «genocidio», il tentativo deliberato di cancellare un popolo dalla terra.
In parole povere, l’Onu sostiene che non si vogliono sterminare «tutti» i sudanesi non di origine araba, ma che se ne sono già uccisi troppi per chiudere gli occhi. Nel buon senso della gente semplice ci si aspetterebbe a questo punto un intervento rapido, perché i leader di Khartoum smettessero di ignorare la violenza bestiale dei janjaweed e lasciassero tornare alle loro povere case i profughi. (...)Mentre il mondo dibatte dei cavilli giuridici, etici e politici, la gente crepa in Sudan. Tom Cargill, esperto d’Africa all’Institute of International Affairs di Londra, è desolato: «discettiamo se si tratta o no di genocidio e non fermiamo la repressione». Il Consiglio di Sicurezza deve cessare immediatamente la disputa e intervenire, stoppando la brutalità dei miliziani, altrimenti il genocidio, che magari per ora è solo pulizia etnica, diverrà presto atroce realtà. Che ci sia nell’area petrolio, che Cina e Usa abbiano interessi contrapposti, che cristiani e musulmani non si amino, complica ancora la trama.(...) Fonte: Corriere




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28 gennaio 2005

Nel Darfur ricomincia la mattanza. Si preparino i Maipiùisti.

"E' il più grave attaccato registrato in Dafur degli utlimi mesi". Questo il commento rilasciato oggi dal portavoce dell'Unione africana (Ua) Adam Thiam in riferimento al centinaio di vicili uccisi durante un bombardamento aereo avvenuto ieri in un villaggio del nord Darfur.

Sebbene "i responsabili non sono stati ancora identificati" asserisce Thiam, tutti gli sguardi sono puntati sul regime di Khartum, "responsabile degli ultimi attacchi aerei" e perché i ribelli sono privi di forze aeree.

La gravità dell'attacco non si misura soltanto con il numero di vittime, ma anche perché "non si tratta di un atto isolato". Altre 54 persone erano state uccise in due attacchi successivi, i 13 e 21 gennaio scorso, il che porta a oltre 150 le vittime delle agressioni governative nelle ulttime due settimane. "Finora, l'attacco del 13 gennaio è stato attribuito ai Janjaweed (milizie pro governative), ma l'inchiesta è tutt'ora in corso" ha dichiarato il capo di ufficio stampa dell'Ua Assane Ba. (...) fonte: Vita

Ma se invece di dire "Mai Più" dopo, si intervenisse prima? A prescindere dall'Onu, ovviamente.




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20 gennaio 2005

Somalia: l'influenza del fondamentalismo islamico sulle tombe italiane. Per ora.

BOSASO (Somalia) - Tutto è cominciato il 15 gennaio. I somali sono arrivati in piccoli gruppi e hanno preso a rovesciare con vanghe e badili le tombe del cimitero di Mogadiscio, dove erano sepolti molti degli italiani morti durante il periodo coloniale. Nessuno, i primi giorni, ci ha fatto caso.
Poi, quando i ragazzini hanno cominciato a giocare in strada con teschi e ossa, la notizia della profanazione ha cominciato a circolare in città, finché è stata pubblicata con grande risalto dal sito web della Somali Broadcasting Corporation , la stazione radio che trasmette da Bosaso, la città portuale settentrionale capitale della regione autonoma del Puntland.
L'articolo è corredato da fotografie raccapriccianti: «Le ho scattate non al cimitero - racconta il corrispondente della Sbc da Mogadiscio, Ahmed Aar - ma all'aeroporto dove sono state portate parecchie ossa. Al cimitero non mi hanno fatto entrare». Chi non l’ha fatta entrare? «Le milizie islamiche che lo stanno sbancando. Le comanda Shek Sharif, con il quale ho chiesto di parlare. Volevo che mi spiegasse il perché di tanto orrore, ma lui non ha voluto incontrarmi».
«I suoi uomini però - racconta il giornalista somalo - sono stati chiari: che ci fanno le tombe degli infedeli sotto la terra somala? In nome dell'islam vanno cacciati anche da lì». (...) Fonte: Corriere


 




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19 gennaio 2005

Africa: qualche speranza di pace all'orizzonte

Alcune notizie appena giunte dall'Africa hanno temperato, fornendo qualche motivo di speranza, il bilancio poco incoraggiante sul quale il mondo è stato invitato a riflettere durante la Giornata mondiale della Pace, che si celebra ogni anno il 1° gennaio.

Il 30 dicembre il governo del Senegal ha siglato un accordo con il Movimento delle forze democratiche della Casamance, MfdC, ponendo, almeno sulla carta, le basi per una pace attesa da 22 anni; e il 31 dicembre il governo del Sudan e l'Esercito popolare di liberazione del Sudan, Spla, hanno sottoscritto un protocollo che prelude alla firma, prevista per il 9 gennaio, di un accordo di pace che dovrebbe concludere un conflitto iniziato nel 1956, all'indomani dell'indipendenza.

In Senegal almeno una parte della popolazione di etnia Diola che vive nella regione meridionale della Casamance vorrebbe separarsi dal resto del paese, rispetto al quale si sente estranea per fattori economici, culturali e religiosi: i Diola sono infatti una minoranza di agricoltori, animisti e cristiani, in uno stato popolato al 94 per cento da islamici con tradizioni tribali diverse dalle loro. Ma il conflitto condotto dalla guerriglia secessionista ha causato vittime e danni: la Casamance era il granaio del Senegal, prima della guerra, e l'industria turistica garantiva altri introiti. Tutti accolgono quindi con sollievo la promessa del portavoce storico dell'MfdC, padre Diamacoune Senghor, di porre fine alle ostilità e di indurre i ribelli a consegnare le armi, rinunciando all'indipendenza per negoziare invece modalità soddisfacenti di autonomia. Si tratta indubbiamente di un passo avanti, che tuttavia va considerato con prudenza. Malgrado le parole incoraggianti del governo, secondo il quale ci sono "tutte le condizioni per raggiungere un accordo definitivo", nessuno dimentica quanti altri accordi i ribelli hanno sottoscritto in passato e poi violato.(...) Fonte: Ragionpolitica




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10 gennaio 2005

Sudan: firmato l'acordo di pace. Ma si sono dimenticati il Darfur...

Il trattato di pace è stato solennemente sottoscritto a Nairobi. Tutti i protagonisti si sono profusi in sorrisi e strette di mano, rilasciando dichiarazioni di esultante ottimismo. Ciononostante, il percorso verso una reale riconciliazione in Sudan è ancora pieno di ostacoli. Ieri nella capitale keniota il primo vice-presidente sudanese, Ali Osman Mohammed Taha, e il capo dei ribelli del Sudan People's Liberation Army , John Garang, hanno messo la loro firma sotto l'ultimo di una lunga lista di protocolli, sigillando così l'intero trattato di pace che dovrebbe garantire la fine della guerra nel sud del più grande Paese africano.
L'accordo non riguarda la provincia occidentale del Sudan, il Darfur, dove, dal febbraio 2003, imperversa una furiosa guerra civile che ha provocato finora la fuga di un milione e mezzo di civili e dai 70 ai 100 mila morti.
Nel Sudan meridionale la guerra
(che finora ha provocato almeno due milioni di morti e un milione di profughi) è cominciata 21 anni fa, nel 1983, quando il governo centrale di Khartoum, dominato dagli arabi, cercò di imporre la sharia , la legge coranica, anche nelle zone del sud dove vivono prevalentemente popolazioni africane di fede cristiana o animista.
Ma la motivazione religiosa si è fusa nel corso degli anni con un complicato miscuglio di antagonismi etnici e interessi economici, legati alla scoperta, nel sud, di ingenti giacimenti petroliferi.(...)Tutti sperano che gli accordi tengano, molti però sono scettici, come il vescovo cattolico di El Obeid, Monsignor Macram Max Gassis, incontrato un paio di settimane fa sui Monti Nuba, zona controllata dall'Spla, secondo cui è difficile credere alla sincerità dei dirigenti del governo sudanese: «Come si fa ad aver fiducia in gente che da un lato continua a massacrare le popolazioni civili in Darfur e dall'altro firma la pace con noi?».Fonte: Corriere 




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7 gennaio 2005

Mandela colpisce ancora: contro l'AIDS, nonostante il governo sudafricano.

(...) «Parliamo con chiarezza - ha detto austero Mandela - l'Aids è una malattia di cui non vergognarsi, come il cancro o la tubercolosi. Smettiamo di nascondere l'Hiv». E' l'ultimo dono che l'anziano ex presidente, 86 anni di cui 27 passati in galera per l'impegno contro l'apartheid, offre alla nazione che ha liberato. Perché in Africa, mentre l'Aids fa strage, i leader politici fingono di ignorare l'epidemia e l'omertà è l'untore del contagio, tra uomini persuasi che stuprare una vergine guarisca dal virus e donne che non chiedono l'uso di profilattici perché «lo fanno le prostitute». Mandela, commemorando Makgatho, 54 anni, l'ultimo figlio superstite, ha chiamato con sé la figlia Makaziwe e i nipoti, ricordando la sua autocritica «da presidente ho fatto troppo poco contro il male». E' un atto politico di grande coraggio morale: da anni il suo successore, Thabo Mbeki, spreca tempo accettando le teorie dei ciarlatani sull'origine del male. Qualche santone nega il legame tra il virus Hiv e l'Aids e Mbeki ha sposato le bizzarre credenze, esponendo la popolazione alla malattia, non curando che una frazione minima dei 5 milioni di contagiati e non marcando le grande aziende farmaceutiche con una campagna contro il costo eccessivo dei farmaci che bloccano il decorso del morbo.
Il presidente Mbeki, al contrario del saggio Mandela, vede nell'epidemia una conseguenza della tragica stagione del razzismo in Sudafrica. Quando un parlamentare, solo tre mesi fa, gli ha chiesto di contrastare l'ondata di stupri che nasce dalla leggenda urbana «il sangue veloce delle vergini ripulisce i maschi dal contagio», Mbeki è esploso furente: «E' il razzismo la vera malattia, che dipinge gli uomini africani come pigri, bugiardi, puzzolenti, malati, corrotti, violenti, immorali, maniaci sessuali, bestie selvagge, stupratori!».(...) Le fole, diffuse da siti Internet, radio, volantini e talvolta riprese da organizzazioni estremistiche occidentali, propagandano l'Aids come «complotto di medici ebrei per sterminare arabi e africani», «un virus creato in laboratorio dalla Cia», «l’Aids in provetta, per speculare sul mercato delle medicine». Nell'ignoranza e nel settarismo il virus moltiplica la mattanza, complici povertà, cattiva nutrizione, condizioni sociali depresse. (...)
Fonte: Corriere




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Dice il Corano in 2ª 62: "Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di essi nessun timore, e non verranno afflitti."       

 
 

 

 

 

 

 

Dice il Corano in 18°29: "La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole."















Il miglior sistema di assistenza sociale è un lavoro. (R. Reagan)

Diceva Marshall McLuan che l’indignazione è una tecnica per dare dignità a un idiota. E Valery diceva che l’indignazione permanente è segno sicuro di bassezza morale