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16 novembre 2005

Gli USA: usato fosforo bianco (legale) ma non sui civili.

WASHINGTON (Stati Uniti) - L'esercito americano ha utilizzato fosforo bianco durante l'offensiva contro la città irachena di Falluja nel novembre 2004. Lo ha confermato un portavoce del Pentagono, interrogato oggi dalla Bbc. La vicenda era ermersa dopo un servizio di Rainews 24 che aveva raccolto le rivelazioni di alcuni militari americani che hanno prestato servizio in Iraq.
«ARMA CONVENZIONALE» - «L'abbiamo utlizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici», ha dichiarato, rispondendo a una domanda, il tenente colonnello Barry Venable. «Il fosforo bianco è un'arma convenzionale, non è un'arma chimica. Non è illegale», ha rilevato l'ufficiale.Venable ha precisato che questo tipo di esplosivo non è stato usato contro i civili e ha fatto riferimento ad un articolo, pubblicato nel numero di marzo-aprile 2005, della rivista Army's Field Artillery, una pubblicazione ufficiale, in cui veterani di Falluja spiegano che il fosforo bianco «ha dimostrato di essere una munizione efficace e versatile». (...) Corriere

Da leggere anche questo commento di Andrea Nativi (esperto di cose militari):

(...) Comunque, impiegare il munizionamento al fosforo come arma diretta per sfruttare l'effetto secondario incendiario sarebbe del tutto improprio e inefficace: visto che la munizione ha uno scopo diverso e non è così letale. Soprattutto, negli arsenali esistono munizioni specifiche per attaccare bunker o trincee o bersagli estesi molto più micidiali: testate a dispersione di vario tipo, testate termobariche, FAE (Fuel air explosive). Per non parlare del fatto che l'impiego di munizionamento al fosforo va limitato a causa della tossicità. I comandanti americani non volevano correre rischi inutili, perché a Falluja c'erano e ci sono restati a lungo, migliaia di soldati americani e iracheni, mentre dopo la fine delle ostilità sono tornati ad abitarvi centinaia di migliaia di civili.(...) Fonte:Wellington 

Infine una riflessione: accidenti quanta pubblicità (in tv, su internet, sui giornali, ecc.) a questo fosforo legale, e quante proteste davanti alle ambasciate USA. Ma quando Saddam Hussein gasava i curdi con armi illegali (chimiche) non mi pare di aver visto grandi proteste di fronte alle ambasciate irachene. Non è che, per caso, c'è un problema di antiamericanismo? Nel senso che a Saddam si è permesso di andare oltre le regole senza colpo ferire, mentre gli americani vengono criticati anche se le rispettano. Un'anomalia c'è, inutile nasconderlo.




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18 ottobre 2005

Meno guerre, meno morti e meno feriti nel mondo. Ecco perchè non possiamo non dirci filoamericani

I conflitti armati sono diminuiti del 40% dalla fine della Guerra Fredda e quelli che ancora sono in corso provocano la morte di meno persone: lo dice uno studio durato tre anni, lo Human Security Report, che punta a sfatare i miti attuali sulla guerra e sulla pace.
Ma anche se genocidi e abusi sui diritti umani stanno diminuendo, gli attacchi terroristici che producono un vasto numero di morti e feriti no, dice lo studio realizzato dalla Università della British Columbia di Vancouver, in Canada.
Tuttavia, il terrorismo internazionale uccide soltanto un "minuscolo" numero di persone ogni anno, rispetto a quelle che muoiono nelle varie guerre, dice ancora lo studio. (...)
Il numero medio di vittime per conflitto è passato da 37.000, durante la guerra in Corea, ai 600 del 2002. (...)E nonostante il genocidio del 1994 in Ruanda, i Massacri di Srebrenica nel 1995 e i continui attacchi contro civili in Sudan, Mack ha detto che il numero di genocidi e "politicidi" è calato dell'80% tra il 1998 e il 2001. (...)Fonte: Reuters

Sarebbe banale dire che un morto è sempre troppo, anche se è vero. Cio' che bisogna notare è invece come, usciti da un mondo bipolare (USA-URSS) ed entrati nel "nuovo imperialismo Yankee" (come usano dire i noglobal, che forse preferivano lo scontro Usa-URSS, per non dire l'URSS), la situazione è nettamente migliorata. Insomma, a noi questo impero Yankee non ci pare così brutto, anzi. Ci pare migliore. Sbaglieremo? può darsi, ma non a guardare i numeri esposti sopra.




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17 ottobre 2005

Il divieto di accattonaggio made in USA

Visti dall'America, gli attacchi al sindaco di Bologna Sergio Cofferati, accusato di essere il sosia di quello leghista di Treviso, Gentilini, per aver annunciato un giro di vite contro i comportamenti fuorilegge dei lavavetri ai semafori, lasciano interdetti. Intanto quello della legalità - la necessità che la legge sia rispettata per definizione e non valutando caso per caso se le condizioni sociali del momento rendono opportuna la sua applicazione - non è un tema che divide destra e sinistra: It's the law (è la legge) è un'espressione che si affaccia spesso nei discorsi tanto dei cittadini quanto dei politici dei due schieramenti.
I poveri hanno ovviamente il diritto di chiedere l'elemosina e la Costituzione lo tutela. Ma moltissime città americane hanno introdotto divieti parziali e leggi contro il cosiddetto «accattonaggio aggressivo». E i sindaci democratici sono in prima fila: Baltimora, governata dal progressista O'Malley, proibisce l'accattonaggio notturno e quello «invadente»: chiedere soldi vicino ad un bancomat oppure seguendo una persona, toccarla, apostrofarla con un linguaggio pesante. Des Moines nell'Iowa, una città nella «pancia» repubblicana d'America ma guidata da un sindaco democratico, ha vietato di chiedere denaro a chi sta transitando in auto, nei sottopassaggi pedonali, nelle biblioteche. Spinta da un'opinione pubblica sempre meno tollerante, Atlanta (Shirley Franklin, il sindaco, è democratica e nera) è andata molto più in là, vietando la richiesta di elemosina sotto ogni forma in tutto il centro cittadino: una misura dura quasi quanto quella varata da Giuliani a New York a metà degli anni '90 e che fu annullata dalla Corte d'Appello federale.
Insomma, il disagio sociale merita senza dubbio più attenzione e risorse, ma chi fa politica deve anche porsi il problema di evitare che monti il risentimento della popolazione; di prevenire l'emergere di pericolose tendenze xenofobe. Può darsi che Cofferati abbia sbagliato tempi e toni, ma è strano che, tra le condanne dell'estrema sinistra e della Chiesa, non trovi spazio anche una discussione su questo problema. Fonte: Massimo Gaggi sul Corriere




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14 ottobre 2005

Il sensazionalismo e l'odio anti-Bush hanno fatto prendere dei granchi enormi sull'uragano Katrina

Quanti morti ha causato l'uragano Katrina? Diecimila, come ha subito annunciato lo sciagurato sindaco di New Orleans? Oppure 25 mila, secondo le previsioni più audaci dei cronisti sul campo? Segnatevelo: sono 972 in Louisiana e 221 in Mississippi. Il conteggio ufficiale è terminato, l'acqua è stata prosciugata, la vita è ricominciata. Le cifre potrebbero crescere, ma resterebbero dieci o venticinque volte inferiori all'apocalisse raccontata dai giornali e dalle televisioni. (...) I reportage che raccontavano di razzie, stupri e omicidi erano basati su voci ora ufficialmente smentite. I racconti di bande armate che saccheggiavano, violentavano e sparavano sugli elicotteri o sui passanti erano inventati di sana pianta. E' la più grande debacle giornalistica degli ultimi decenni. I giornali americani hanno cominciato a fare autocritica, a riconoscere il clamoroso errore, a coprirsi il capo di cenere. (...) Il bambino di sette anni stuprato e poi sgozzato non è mai esistito. Così come la bimba di dieci anni violentata e poi uccisa in un bagno. Le pile di cadaveri ammassati negli scantinati non sono mai state accatastate in mancanza di cadaveri. Le parole del sindaco su “quel fottuto Superdome dove per cinque giorni abbiamo visto cadaveri e hooligans uccidere e stuprare la gente” erano più delle solite bugie di un politico. Il capo della polizia, un altro che le aveva dette grosse, si è dimesso per la vergogna.(...) Infondata la storia secondo cui il Congresso aveva tagliato i fondi alla città. Idem quella degli aiuti arrivati in ritardo perché la Guardia Nazionale era in Iraq. Piuttosto, ha svelato il Wall Street Journal, gli aiuti sono arrivati in ritardo per colpa del falso clima da guerra civile raccontato dai giornali e dalle autorità locali. Invece di mandare 50 guardie a distribuire i viveri, la protezione civile ha creduto fossero necessari mille uomini armati fino ai denti e addestrati ad affrontare un'insurrezione popolare. Non ce n'era bisogno. Ci sarebbe stato bisogno di una stampa decisa a verificare le voci più che a trovare conferma del proprio pregiudizio anti Bush. C'è un paradosso in questa storia: per accusare la Casa Bianca di aver abbandonato i poveri neri di New Orleans, la stampa non ha avuto remore a considerarli capaci di commettere ogni genere di crimine ed empietà. “Se al Superdome anziché afroamericani ci fossero stati bianchi di ceto medio - ha detto il direttore del Times di New Orleans - non ci sarebbe stato terreno fertile per lo spaccio di queste voci infondate”. Fonte: Camillo

L'ottimo Rocca non smette mai di stupirci positivamente, raccontandoci quello che succede davvero in Usa e non quello che spesso ci viene raccontato che succede. Unica critica: non è solo l'odio anti-Bush ad aver mosso questa macchina infernale di propaganda sensazionalista, ma anche la voglia di scoop e di spettacolarizzazione. E pensare che i media abbiano influito negativamente sugli aiuti fa pensare che, anche tra gli operatori dell'informazione, qualcuno dovrebbe pagare.




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30 settembre 2005

Quello che non ci raccontano su Cindy Sheehan, la mamma che ha perso il figlio in guerra e che contesta Bush

(...) Da alcune settimane i giornali raccontano di un nuovo sentimento pacifista che attraversa l’America, simile a quello che negli anni Settanta costrinse gli Stati Uniti a ritirarsi dall’Indocina e a consegnare quei poveracci nelle mani dei loro torturatori comunisti dai quali peraltro non sono ancora riusciti a liberarsi. La figura chiave di questa favola è Cindy Sheehan, la madre di un soldato americano partito per l’Iraq come volontario e ucciso in battaglia a Sadr City. I giornali ne parlano come di una tranquilla, moderata, probabilmente repubblicana, casalinga della California, inizialmente favorevole alla guerra e poi, complice l’insensatezza della morte del figlio, ravvedutasi fino a diventare l’icona e la paladina della nuova consapevolezza pacifista americana.
Per dare maggior forza a questa tesi, i cronisti non scrivono che la Sheehan era contro la guerra anche prima della morte del figlio, che la sua famiglia ha preso le distanze dalla sua protesta, che il marito ha addirittura chiesto il divorzio e che, infine, un incontro tra Cindy e Bush in realtà c’è stato, e pure cordiale, tanto che una fotografia immortala il bacio tra i due e, in un’intervista a caldo, Cindy ha usato parole dolci per il presidente. I giornali dimenticano, soprattutto, di riportare le cose che Cindy oggi dice e scrive, cioè che le truppe americane dovrebbero ritirarsi non solo dall’Iraq ma anche dall’Afghanistan e perfino da New Orleans. Non è una battuta: Cindy Sheehan ha scritto un articolo con cui ha criticato Bush per aver mandato l’esercito nelle zone colpite da Katrina: Fallujah o il quartiere francese per lei pari sono, entrambe vittime dell’imperialismo americano. Sabato sera, stando a un intervento pubblicato a suo nome su Daily Kos, ovvero il più autorevole e più letto blog di sinistra, Cindy si è addirittura lamentata del fatto che la Cnn abbia trasmesso sempre e soltanto notizie sull’uragano Rita nonostante si trattasse soltanto di “un po’ di vento e un po’ di pioggia”, proprio mentre “in questo paese” succedono altre cose più importanti come la sua marcia su Washington.
Cindy Sheehan è tutto tranne che una moderata: definisce Bush “il più grande terrorista del mondo”, crede che in Iraq e in Afghanistan il presidente stia commettendo “uno sfacciato genocidio”, sostiene che i soldati americani combattano già “una guerra nucleare” e afferma per iscritto (ma poi ha smentito) che gli assassini di suo figlio sono “combattenti per la libertà”. La protesta della Sheehan è così fuori sincrono con il senso comune dell’America reale al punto che nessun leader del Partito democratico, ma proprio nessuno, né Hillary Clinton, né il pacifista Howard Dean, né Ted Kennedy, né John Kerry, s’è mai fatto vedere accanto alla mamma cosiddetta coraggio e tantomeno alla marcia di domenica. Tutto ciò è difficile leggerlo sui giornali, sia sui grandi quotidiani liberal americani sia sui nostri (...) Fonte: Capperi

Impressionante. E pensare che nessun Tg ci ha raccontato queste cose. Ma che razza di informazione abbiamo in Italia?




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20 settembre 2005

E se gli americani poveri non fossero poi così poveri?

(... ) "Voyons les faits. Il est vrai que selon le Census bureau (l’équivalent américain de notre INSEE), fin 2004 le nombre de pauvres était de 37 millions, en hausse de 1,1 million par rapport à 2003. De quoi faire frémir. La pauvreté toucherait ainsi 12,7% de la population, contre 12,5% en 2003 et même 11,3% en 2000, point le plus bas. Passons sur le fait qu’on oublie de rappeler que quelques années plus tôt, on était à plus de 15%.

Mais le problème n’est pas là. Il est de savoir ce que l’on appelle un pauvre. Or aux Etats-Unis comme ailleurs, la pauvreté est calculée de manière relative, en pourcentage du revenu moyen. Donc plus le pays est riche, plus le seuil de pauvreté est élevé. Il vaut mieux être « pauvre » aux Etats-Unis qu’avoir un revenu moyen au Portugal.

Si l’on retraduit cette ligne de pauvreté en dollars, pour l’année 2004, compte tenu du revenu moyen, on est pauvre avec des revenus annuels inférieurs à 19 300 dollars (environ 100.000 francs ou 15.000 euros) pour une famille de 4 personnes et en dessous de 9 645 dollars pour un célibataire. Ce n’est peut-être pas énorme, mais est-on pour autant dans la misère ? (...) Fonte: Pinocchio

Per chi non sa il francese, traduco alla buona: secondo dati Usa nel 2004 i poveri sono 37 milioni, pari al 12,7% della popolazione (qualche anno fa erano al 15%). Come si calcola la povertà? in maniera relativa, e cioè in percentuale sul guadagno medio. Se quindi ci sono americani che guadagnano molto di più, la media si alza e i poveri aumentano, pur guadagnando lo stesso. Insomma: per il 2004 vengono cosiderati poveri coloro che guadagnano meno di 19.300 dollari (15.000) euro. Mi convince di più la prima parte (che ho scritto in grassetto) che la seconda. Anche perchè non si capisce se i 19.300 dollari siano lordi o netti. Ma una cosa mi pare illuminante: non è vero che i poveri negli USA sono sempre in aumento. Eppure è quello che ci viene sempre detto....




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2 settembre 2005

Daniel Pipes rivendica la giustezza dell'Impero. Il problema è la mentalità europea

(...) dice che “è giusta l’idea di una riscoperta dell’impero. Ma dobbiamo capire che gli alleati europei semplicemente si rifiutavano già di accettare che la Guerra fredda fosse un conflitto globale e l’Unione Sovietica un ‘impero del male’. Ogni volta che proponevamo aiuti agli europei orientali, i tedeschi automaticamente si dissociavano da noi. La mentalità riecheggiava quella francese e britannica prima del 1939 e rifletteva lo stesso spirito della capitolazione morale. Quei francesi che avevano promesso ai polacchi che sarebbero intervenuti sul fronte occidentale. Vedo quindi dei parallellismi fortissimi fra la reazione europea al comunismo e quella all’islamismo. In entrambi i casi, i politici europei, intimiditi da francesi e tedeschi, hanno disprezzato gli Stati Uniti, continuato nel loro appeasement verso i nemici sia dell’Europa sia dell’America. Mentre servivo Reagan alla Casa Bianca fra il 1981 e il 1982, ero paralizzato e mi vergognavo per la resistenza degli alleati nella Nato verso ogni iniziativa che prendevamo contro i sovietici. Alla conferenza di Bilderberg, nel giugno del 1981, l’ambasciatore sovietico paragonò gli Stati Uniti alla Germania nazista. Questa incredibile provocazione non provocò nessuna reazione nell’auditorium. Eravamo vittime della miopia europea, che pensava che il silenzio sul comunismo potesse garantire loro una sorta di protezione. Ora stanno adottando la stessa strategia verso l’islamismo, opponendosi alle riforme in Iraq e stando sempre con i palestinesi contro gli israeliani. E’ una politica sciagurata. L’appeasement è parte integrante della mentalità occidentale, a volte ha funzionato, ma nel caso dell’islamismo incoraggerà solo la violenza e il terrore. L’Europa è decrepita, era già totalmente insensibile all’oltraggio morale del comunismo.(...) Fonte: il Foglio




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30 agosto 2005

La supremazia americana porta la pace e la diminuzione delle spese militari, oltre che la democrazia.

(...) il numero delle guerre e dei conflitti armati a livello mondiale ha toccato il suo picco nel 1991 (51 conflitti), anno che può essere considerato il più denso di guerre dell’intera storia. Dal 1991 in poi, questo valore è sceso in modo costante. I conflitti armati sono stati 26 nel 2000 e 25 nel 2002, anche considerando l’attacco di Al Qaeda agli Stati Uniti e il contrattacco americano contro l’Afghanistan. Nel 2004, secondo l’ultimo studio di Marshall e Gurr, il numero dei conflitti armati nel mondo era sceso a 20, anche includendo l’invasione dell’Iraq. Sulla base di questi dati, i conflitti in atto nel 2004 sono diminuiti di oltre la metà rispetto al 1991.Come si spiega questa diminuzione delle guerre di fronte alle immagini di massacri che ci vengono proposte quotidianamente dai notiziari? Una delle ragioni per cui la guerra sembra imperversare ovunque è che, grazie all’aggiornamento costante delle notizie sui canali satellitari e via Internet, si trasmettono molte più immagini di combattimenti rispetto al passato.(...) Un altro dato straordinario è quello che indica come anche la spesa militare mondiale sia in declino. Secondo i dati del Center for Defense Information, un istituto di ricerca indipendente di Washington, la spesa militare annua globale ha raggiunto il suo massimo nel 1985, con 13.000 miliardi di dollari, e da allora è stata in continua discesa arrivando a poco più di 1.000 miliardi di dollari nel 2004. Poiché nello stesso periodo la popolazione mondiale è aumentata del 20%, sarebbe stato lecito aspettarsi un incremento della spesa militare.A che cosa è dovuta la diminuzione delle guerre? Il fattore più rilevante sembra essere la fine della guerra fredda, che ha allentato le tensioni internazionali e ha ridotto il sostegno fornito da americani e sovietici agli eserciti amici nei Paesi in via di sviluppo.(...) La diffusione della democrazia ha rappresentato un altro importante contributo alla diminuzione delle guerre. Nel 1975, solo in un terzo delle nazioni del mondo si tenevano vere elezioni con più candidati; oggi la percentuale ha raggiunto i due terzi ed è in continua crescita. Negli ultimi vent’anni, circa 80 paesi hanno adottato una forma di governo democratica, mentre gli spostamenti in senso opposto sono stati minimi.(...) Fonte: Corriere




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26 agosto 2005

Chi sono e come vivono gli arabi e i musulmani nella terra di Bush

(...)Innanzitutto, bisogna sbarazzarsi della diffusa ma erronea idea che gli arabi americani e i musulmani americani siano la stessa cosa. In realtà, quasi tutti gli arabi americani non sono musulmani, e quasi tutti i musulmani americani non sono arabi. Secondo il censimento del 2001, ci sono un milione e duecentomila americani di origine araba, dei quali solo il 24 per cento (in base a un sondaggio condotto dall’Arab American Institute) sono musulmani. Gli altri sono per lo più cattolici, cristiani ortodossi o protestanti. Sono anche benestanti, con un reddito familiare medio di 52.000 dollari e un elevatissimo tasso di matrimoni misti (oltre il 75 per cento), che dimostra come siano profondamente confluiti nel grande melting pot americano.
Le informazioni sui musulmani americani sono molto meno dettagliate. Un sondaggio condotto nel 2004 dalla Zogby International indica che circa un terzo dei musulmani americani è di origine sudasiatica; il 26 per cento sono arabi e il 20 per cento americani di colore.
fino al 2001 non abbiamo avuto la minima idea di quanti musulmani vivessero in America (...)Tutte le ricerche indipendenti, invece, ritengono che la cifra non sia superiore ai 3 milioni, mentre secondo lo studio finora più accurato e attendibile, condotto dal professore Tom Smith del National Opinion Research Center della University of Chicago, in America vivono 1.886.000 musulmani.
Quale che sia la cifra esatta, appare chiaro che i musulmani americani, al pari degli arabi americani, hanno vissuto piuttosto bene negli Stati Uniti. Il sondaggio della Zogby indica che il 59 per cento dei musulmani americani ha perlomeno un diploma di scuola superiore, il che li rende il gruppo più istruito in America. Sono anche la più ricca comunità musulmana del mondo: 4 musulmani americani su 5 hanno un reddito annuale di 25.000 dollari e uno su tre di oltre 75.000 dollari. Tendono a fare lavori da libero professionista, e la maggior parte di loro possiede un capitale azionario. In termini di partecipazione civica, l’82 per cento è registrato al voto, con il 50 per cento di democratici. (...) Se si tiene conto di questi dati, risulta che i musulmani americani sono piuttosto diversi da quelli dell’Inghilterra e dell’Europa, che tendono a essere poveri e socialmente emarginati. (...) a differenza di quanto accade in Europa, la stragrande maggioranza dei musulmani è entrata legalmente negli Stati Uniti e buona parte di coloro che non lo avevano fatto sono stati estradati dopo l’11 settembre 2001.(...) Dunque, gli Stati Uniti hanno un “problema musulmano”? Se i dati che abbiamo riportato sono accurati, la risposta dovrebbe essere: no. Al contrario, i musulmani americani tendono a essere dei veri modelli sia come americani sia come musulmani. Ma questo non significa che non ci siano problemi. Uno di questi è rappresentato dalle moschee sovvenzionate dall’Arabia Saudita, che possono servire come canale di trasmissione per la versione wahabita estremista dell’islam sostenuta dal regno saudita (...) Inoltre, né un’istruzione di prima qualità di tipo occidentale né il benessere economico rappresentano una sicura vaccinazione contro l’estremismo: basta pensare alla carriera di Mohammed Atta, il capo del gruppo autore degli attentati dell’11 settembre, che aveva studiato all’Università di Amburgo, o all’assassino di Daniel Pearl, Ahmed Omar Saeed Sheikh, che aveva studiato alla London School of Economics.
Sono sufficienti pochi uomini (o donne) per compiere un atroce attentato terroristico, e gli Stati Uniti non hanno alcuna garanzia per ritenersi immuni dal terrore islamista interno. Ma se è vero che “ci vuole un villaggio per fare un terrorista”, allora gli Stati Uniti sono molto più al sicuro degli europei. E’ una benedizione che gli americani continueranno ad avere finché resteranno una società mobile, assimilatrice e vigile. Fonte: Il Foglio




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24 agosto 2005

2 o 3 cose da sapere se non si vuole essere antiamericani per ignoranza.

(...) La Pax Americana non può essere compresa se non si risale alla fondazione della repubblica americana. Una delle principali differenze fra gli Stati Uniti e tutte le nazioni europee tranne una è che loro emersero da una rivoluzione. Soltanto la Francia ha questo elemento in comune con gli Stati Uniti. Che è il motivo per cui alla Francia, come agli Usa, piace considerarsi depositaria dei valori universali. Se le proprie istituzioni nazionali sono modelli di valori e aspirazioni universali, è soltanto logico che si aspiri a vederle replicate in tutto il mondo. (...) E non fu rivoluzionaria neppure la Guerra Fredda, un’operazione di mantenimento dello status quo, una lotta per l’influenza e il contenimento. Ben lungi dal combattere per la «benedizione dell’autogoverno», gli Stati Uniti appoggiarono volentieri le dittature, nella misura in cui erano anticomuniste. La popolazione fu a volte incoraggiata alla rivolta contro i regimi comunisti, in Ungheria per esempio, per essere poi piantata in asso quando si dimostrò sufficientemente sconsiderata da provarci. Nel corso degli anni ’80 avvenne però un cambiamento fondamentale. Una volta che gli americani decisero di appoggiare la democrazia anziché l’oppressione in nome dell’anticomunismo, i democratici ne trassero profitto e il divario fra idealismo americano e interesse personale nazionale si restrinse.
Molte idee si sono riversate nell’attacco all’Iraq di Saddam Hussein, e non tutte idealistiche. L’abitudine generale di citare tutti, da Abraham Lincoln a Woodrow Wilson, per giustificarlo, ha senza dubbio mascherato a volte obiettivi più egoistici. Ma la convinzione ideologica che gli Stati Uniti, con la sola forza delle armi, possano in qualche modo produrre una trasformazione democratica in Medio Oriente, non è soltanto una cinica menzogna. Sarà folle o ingenua, ma non per questo meno sincera. (...) Nelle opinioni radicali di più d’un neo-con si possono ancora cogliere le tracce sottili che legano Lincoln e Jefferson a Trotsky, Wilson e Reagan. Se non si capisce l’impulso rivoluzionario che sta sotto la superficie dell’idealismo americano, non si può capire la politica americana. (...) Gli intellettuali dell’est europeo, e non è sorprendente, l’hanno colto più velocemente dei loro colleghi occidentali. Inoltre, memori del saldo anticomunismo americano, che contrastava con gli atteggiamenti in generale più accomodanti dell’Europa occidentale, rispettabili ex dissidenti come Adam Michnik e Vaclav Havel hanno dato maggior appoggio all’impresa rivoluzionaria di George W. Bush. A parte il Medio Oriente, l’opposizione più forte all’America, non soltanto alla sua politica ma a gran parte di quanto rappresenta, viene dall’Europa occidentale, e precisamente da chi maggiormente ha beneficiato dell'abbraccio forse arrogante ma relativamente benigno della Pax Americana . Perché?
In primis, la minaccia di un nemico comune durante la Guerra Fredda ha contribuito a tenere in sospeso i vecchi atteggiamenti antiamericani
. (...) Fonte: Corriere 




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5 agosto 2005

Prosegue la polemica sulle truppe italiane in Iraq: occupazione sì o no?

Bruno Gravagnulo risponde, sull'UNITA' di mercoledì 3 agosto 2005 all'articolo di Magdi Allam (vedi "Per l'Onu in Iraq non c'è nessuna "occupazione". Magdi Allam sul Corriere sbugiarda L'Unità Inforrmazione Corretta del 1 agosto 2005) nel quale veniva confutata la frottola per cui sarebbe l'Onu ad affermare che l'Iraq è sotto occupazione. (...)

Per leggere il commento di Informazione Corretta al testo di Gravagnulo, leggete qui




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4 agosto 2005

Gli inglesi iniziano a guardare al modello Usa di integrazione

(...) L’amara constatazione è che il passaporto non garantisce identità: 18 musulmani britannici su cento, secondo l’ormai noto sondaggio del Daily Telegraph , non sentono lealtà per la Gran Bretagna, anteponendo invece la fratellanza islamica mondiale, l’ Ummah .
Le prove abbondano: l’altra sera alla Bbc due leader musulmani hanno osato dire che gli attentatori sono «da elogiare» in quanto «martiri», con ovvio scandalo. E allora non sarà colpa del multiculturalismo, che permette alle comunità di vivere una accanto all’altra, isolate, senza processo d’integrazione? Mancano risposte certe, ma almeno il dibattito espone i corni del problema. A sinistra, tra i liberal , si teme che la crisi dell’«armonia etnica» porti a concludere, come fanno i razzisti, che l’immigrazione è un male.
Gli immigrati hanno dato ricchezza materiale e culturale al Regno Unito, ma ciò passa in secondo piano se poi la società viene lacerata dal terrorismo: come evitare che i sudditi d’origine pakistana, privi di legami col retroterra lontano, non restino alienati nel nuovo mondo e scoprano invece l’approdo alla nuova identità britannica?
Secondo Jonathan Freeland, sul Guardian , bisogna prendere esempio dall’America, che riempie questo vuoto con l’«americanità». Forse perché non hanno un passato coloniale (a differenza della Francia con l’Algeria o della Gran Bretagna col Pakistan), gli Stati Uniti hanno meno difficoltà nell’integrare i nuovi arrivati: la prova migliore è la mancanza di comunità segregate, separate le une dalle altre.
Come prendere esempio? Da destra, cioè da David Davies che si candida alla guida del partito conservatore, vengono proposte curiosamente simili: «Dovremmo prendere lezione dall’estero, per esempio dagli Stati Uniti, dove l’orgoglio nei valori nazionali è molto più prevalente che qui», ha scritto in un articolo sul Daily Telegraph . Invece, finora, s’è piuttosto badato all’opposto: «Spesso le autorità sono sembrate più preoccupate a incoraggiare identità distinte piuttosto che a promuovere i valori comuni». Hanno sbagliato i governanti, sostiene Davis, non gli immigrati: «Soprattutto dobbiamo dire chiaramente che cosa ci aspettiamo da coloro che arrivano. I non musulmani hanno obblighi nei confronti dei musulmani, ma i musulmani hanno a loro volta obblighi: non soltanto condannare il terrorismo, ma combatterlo». (...) Fonte: Corriere




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14 luglio 2005

Bush: "Mai più dittature". E questa foto come la spiegherà?

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21 giugno 2005 - Il Primo Ministro Vietnamita Phan Van Khai incontra alla Casa Bianca il Presidente Bush

E pensare che solo due mesi fa il presidente USA aveva rilanciato la sua promessa....forse non aveva letto qui? ci permettiamo di dubitarne.




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6 luglio 2005

Christian Rocca all'attacco di Sergio Romano sulla guerra a Saddam

Oggi Sergio Romano scrive che Bush ha attaccato l'Iraq con due sole motivazioni: le armi e il legame con Al Qaida. Ovviamente non dice del terzo motivo, quello che in una famosa intervista a Vanity Fair, Paul Wolfowitz disse essere stato l'unico, quello vero: cioè il cambio di regime e la diffusione della democrazia. (Ma sarebbe bastato leggere Il Foglio di tre anni fa per saperlo). Romano non ne parla, non ricorda che in tutti i discorsi, in tutti, e in tutte le risoluzioni, in tutte, e finanche nel noto documento sulla guerra preventiva, anche in quello, si è parlato della diffusione della libertà e della democrazia in quei paesi sotto tirannia. Perché non ne parla? Qui un compendio di quei documenti, in una mia risposta a Barbara Spinelli di un paio di anni fa. Il Corriere continua a disinformare su questo punto. Altra cosa: Romano dice che non sono state trovate armi. E' vero, anche se in realtà non sono stati trovati arsenali di armi. Ma armi illegali sono state trovate, mancano ancora all'appello armi biologiche che lo stesso Saddam diceva di avere e, soprattutto, è stato provato che c'erano i programmi di riarmo biologico e che l'intenzione era questa (anche sul fronte nucleare: vedi incontri in Niger per acquistare, ma poi non lo fece, uranio arricchito). Romano, infine, non dice ai poveri lettori del Corriere che la presenza delle armi non era stata denunciata soltanto da Bush, Blair, Howard e un'altra trentina di paesi della coalizione, ma anche da Clinton, da Al Gore, da Madeleine Albright, dalla stessa Onu (con una decina di risoluzioni), da Chirac, dai servizi israeliani e tedeschi e dallo stesso Saddam che faceva il bullo. Quanto al legame con Al Qaida. Romano dice che non è stato provato e che Saddam e Osama erano quanto più distanti possibili. Ma, come chiunque non abbia letto il Corriere sa molto bene, la Commissione sull'11 settembre ha provato il contrario(...) Fonte:Camillo




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28 giugno 2005

L'esempio americano di tutela delle religioni. Pure di quella islamica.

Nel Texas di Bush un cittadino americano che aveva lanciato una molotov inesplosa contro la moschea di El Paso è stato condannato a 14 anni e tre mesi di carcere. Dagli antibuschisti d’occidente ci si sarebbe aspettati un qualche riconoscimento per questa vituperata democrazia che punisce, e così duramente, chi commette atti ostili verso la religione dell’undici Settembre. Invece silenzio, o al massimo la sottolineatura delle contraddizioni di un sistema che promuove le crociate e poi castiga chi decide di combatterle anche in casa propria.

Si dirà che ai figli d’Occidente non spetta esultare ogni volta che il padre compie il suo dovere. Il loro compito è incalzarlo e denunciarne le magagne. Vero, ma a patto di riconoscersi parte della famiglia, anziché chiamarsene fuori di continuo in nome di un’equidistanza utopistica. I regimi non sono tutti uguali e, con tutte le sue zone oscure, quello di Washington resta quanto di meglio passi il convento planetario in tema di tutela dei diritti e applicazione delle leggi. Riconoscerlo non significa assolverlo dalle sue colpe,ma ricordarsi dei suoi meriti, che non sono minori e fanno parte della nostra storia. Dietro la sentenza di El Paso si sente il respiro di una civiltà cominciata da questa parte dell’Atlantico alcune migliaia di anni fa: non è obbligatorio andarne orgogliosi, ma è stucchevole continuare a vergognarsene. Fonte: La Stampa




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27 giugno 2005

Il Gen. Abizaid sulla situazione in Iraq e sul nascondiglio di al-Zarkawi

I militari americani stanno per circoscrivere il luogo in cui si trova Abu Mussab al-Zarqawi, il rappresentante in Iraq dell'organizzazione terroristica islamica Al-Qaeda. "Credo che abbbiamo un'idea buona" sul luogo dove trovarlo, ha dichiarato stasera il gen. John Abizaid, comandante delle forze USA nella zona, intervistato dall'emittente tv americana CNN; "Sappiamo quello che facciamo, quando cerchiamo di catturarlo". "Ma voglio anche sottolineare - ha soggiunto il generale americano - che la questione non e' prendere un uomo. Si tratta della sua rete: la sua rete esiste all'interno dell'Iraq, e' collegata ad al-Qaeda e riceve istruzioni dalla Siria. Ingaggia combattenti stranieri provenienti dall'Arabia Saudita e dall'Africa settentrionale. E' collegata con quanto accade in Afghanistan ed in Pakistan. Quella che affrontiamo e' una battaglia su scala planetaria". Fonte: Yahoo




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24 giugno 2005

Condoleeza Rice punta il mirino contro la Siria

(...) il ministro degli Esteri americano spiegava ai giornalisti - scandendo le parole una per una - che «il terrorismo può essere sconfitto, e verrà sconfitto, in Iraq». E sarà «un colpo mortale per il terrorismo così come noi lo conosciamo oggi», ha proseguito, sottolineando che «la nostra sicurezza dipende dalla sconfitta del terrorismo in questa regione».
Entrando poi nel merito della Siria, Rice ha rimarcato che Damasco «ha delle responsabilità, sia nei confronti dei paesi vicini che della comunità internazionale», affinché il suo territorio non venga usato dal terrorismo. La frontiera con la Siria è veramente «un grosso problema per l’Iraq, e qualcosa dovrà essere fatto al riguardo», ha aggiunto, auspicando che il governo siriano «faccia qualcosa per associarsi ai progressi in corso in Medio Oriente, piuttosto che essere un luogo che, a quanto pare, si oppone a tale progressi». Tornando poi a criticare aspramente l’attività destabilizzatrice svolta in Libano dai siriani, la Rice ha rimarcato, riferendosi ai recenti attentati di Beirut, come il governo siriano debba «fare tutto il possibile per gestire l’instabilità che sta creando in Libano».(...) Fonte: La Padania




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22 giugno 2005

La Rice in Arabia Saudita distrugge il relativismo etico meglio di Ratzinger. E presenta il nuovo corso Usa ai sauditi

Roma. Armata del suo solido sorriso, a capo scoperto (nel paese in cui 15 ragazzine in fuga da una scuola in fiamme sono state fatte morire dalla polizia perché non esponessero i capelli), vestita del suo tailleur charmant, Condoleezza Rice, all’aeroporto di Riad, non ha risparmiato nessuna umiliazione al principe Abdullah. Il reggente dell’Arabia Saudita è stato così costretto a stringere la mano che lei gli ha porto, ingoffandosi in strane manovre col suo corpo non esile per nascondere l’onta alle telecamere, per celare ai sudditi il gesto proibito, tanto più con una donna di colore, una di quelle che nel suo regno vengono trattate da schiave. Ma la forma spregiudicata con cui la titolare del Dipartimento di Stato si è presentata a Riad non è nulla a confronto della sostanza: Condoleezza Rice infatti ha voluto farsi precedere in questa visita dall’enunciazione di una dottrina breve ed efficace che punta, apertamente, a una rivendicata “ingerenza” negli affari interni del paese alleato. (...) “Per sessant’anni gli Stati Uniti hanno perseguito la stabilità nella regione a scapito della democrazia, non ottenendo né l’una né l’altra; ora stiamo sostenendo le aspirazioni democratiche di tutti”. Una franca autocritica per l’aiuto dato ai regimi più autoritari e polizieschi del globo, un impietoso giudizio sul governo saudita giudicato assieme non democratico e non stabile (come infatti non è, in preda alle convulsioni di una faida dinastica che ingrossa il consenso per al Qaida). (...)  Impietosa, Rice ha detto: “Gli ottimi cittadini sauditi reclamano un governo che renda loro conto; primi passi sono stati intrapresi con le elezioni municipali, tuttavia molte persone continuano a pagare un prezzo ingiusto per l’esercizio dei loro diritti di base. Tre persone sono oggi imprigionate per aver presentato pacificamente una petizione al loro governo. Questo non deve accadere in nessun paese”. Ben più di un auspicio, di una denuncia. Una analisi secca, sintetica, sul fallimento storico dell’alleanza degli Stati Uniti con i paesi arabi, uno schieramento netto (come già in Libano, in Ucraina, in Afghanistan, in Iraq) dalla parte delle aspettative dei cittadini e contro quelle dei regimi. Infine il caso concreto, i nomi dei tre “dissidenti” ingiustamente condannati il 15 maggio scorso, durante un processo a porte chiuse scorso per “reati” d’opinione, di cui Rice chiede la liberazione: Ali al-Demaïni, condannato a 9 anni, Abdallah al-Hamed a 7 anni e Matrouk al-Faleh a 6 anni. Il ministro dell’Interno, Najaf bin Abdulaziz, ha subito affermato che i tre sono stati giudicati secondo le leggi e il ministro saudita degli Esteri, Saud al Faysal, ha rigettato “l’ingerenza sulle riforme”, sostenendo che quella sollevata da Rice è una querelle assolutamente futile perché “l’unico giudizio che conta per ogni paese che procede a riforme politiche è quello del proprio popolo, e questo è il nostro criterio”. Ma il colpo è stato forte ed è stato incassato senza possibilità di reazione. L’Arabia Saudita deve oggi la sua sopravvivenza e il suo residuo di prestigio soltanto ai 9,5 milioni di barili al giorno che immette sul mercato mondiale del petrolio (su 27 totali); ma non ha più una politica estera, non conta nulla nel Golfo, non conta nulla in Iraq (dove i suoi cittadini, indisturbati alla frontiera, vanno ad allenarsi al Jihad terrorista, per poi tornare a combatterlo in casa), nulla in Palestina, ha soltanto un peso residuale in Libano. Condoleezza Rice, questa è la novità, sa che questo assetto non può durare, che un regime che non riesce neanche a permettere che le donne guidino da sole non può governare la modernità e spiega francamente al suo alleato che la condizione per contare ancora su Washington è una: riformarsi. Se no, sarà abbandonato al suo destino, o peggio. Il ciclone Condi irrompe negli affari interni dell’Arabia Saudita Fonte: Il Foglio




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21 giugno 2005

Dall'Egitto la Rice a testa bassa anche contro il regime iraniano. Brava!

(AGI) - Il Cairo, 20 giu. - Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha accusato il regime iraniano di "crudelta' organizzata". A pochi giorni dal ballottaggio per le presidenziali, il capo della diplomazia Usa ha osservato che "in Iran, la gente sta perdendo la pazienza con un regime oppressivo che nega le liberta' e i diritti". "Le elezioni sono un'apparenza che non maschera la crudelta' organizzata dello Stato teocratico iraniano", ha insistito la Rice in un discorso pronunciato all'Universita' americana del Cairo e incentrato sulla promozione della democrazia nell'area mediorientale. "Il popolo iraniano e' capace di sostenere la liberta'. Desidera la liberta'. E merita la liberta'", ha detto la Rice avvertendo che "e' tempo che una manciata di personaggi non eletti lasci la presa sulle aspirazioni dell'orgoglioso popolo iraniano". Parole che arrivano all'indomani di una dura presa di posizione della stessa Rice sulle elezioni presidenziali iraniane che a suo avviso "non contribuiscono certamente ad accrescere la legittimita' del governo". (AGI) - Fonte: Yahoo




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17 giugno 2005

Iran: quando i nostri politici parleranno chiaro come Bush?

Washington, 16 giu. - (Adnkronos/Dpa) - Alla vigilia delle elezioni presidenziali in Iran, il Presidente americano, George W. Bush, ha dichiarato che il Paese ''e' governato da persone che opprimono la liberta' in patria e diffondono il terrore all'estero'. ''Gli iraniani meritano un sistema veramente democratico, con elezioni oneste e in cui i leader al governo rispondano agli elettori e non viceversa'', ha affermato Bush, secondo quanto si legge in un comunicato diffuso dalla Casa Bianca in cui il Presidente prevede che la democrazia ''sara' infine instaurata''. ''Il potere e' nelle mani di un piccolo gruppo di persone che hanno mantenuto il potere attraverso un processo elettorale che ignora i principali fondamenti della democrazia'', ha sottolineato. Fonte AdnKronos

Comunque la pensiate su Bush, non si può non apprezzare il suo parlar chiaro. Sopratuttto se pensiamo a come qui in Italia nessun politico si azzarda a chiamare il regime iraniano una dittatura. Eppure è così: dire la verità in Italia pare rivoluzionario..... 




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8 giugno 2005

Bush e Blair insieme per aiutare l'Africa

Bush e Blair ieri a Washington hanno trovato un accordo per l'incremento degli aiuti umanitari verso l'Africa. L'iniziativa sarà minore rispetto a quello che il leader inglese avrebbe voluto ottenere (vale a dire il progetto che avrebbe voluto portare al G8 che si terrà a Gleneagles in Scozia dal 6 all'8 luglio) un raddoppio degli attuali aiuti.
L'Unione Europea ha già stabilito di impegnare 8 miliardi di dollari di qui al 2010.
Alla fine dell'incontro dei due leader vi è stata una conferenza stampa in cui i due hanno esposto i loro accordi. L'iniziativa sarà in favore soprattutto di Etiopia ed Eritrea, ma non solo, e prevede una spesa da parte degli Stati Uniti di 674 milioni di dollari destinati ad alleviare la fame di 14 milioni di africani, l'apporto del Regno Unito sarà minore ma di importante entità. La persona fedele a Bush che ha fatto sì che questo possa avvenire, è stata il segretario americano Condoleeza Rice, che ha anche espresso la volontà di compiere un viaggio nel continente africano entro questa estate. Sempre ieri il neo-presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz un teorico 'neo-con' ha tenuto proprio sull'Africa la sua prima conferenza stampa, nella quale ha posto in primo piano l'importanza di portare il continente ai primi posti tra le priorità per lo sviluppo della stessa Banca e di tutta la comunità internazionale. (...) Fonte: Aprile




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1 giugno 2005

Grazie agli Usa, anzi no, grazie a George W. Bush, la democrazia si è già espansa e continuerà a farlo.

La democrazia in marcia. Finanziamenti ai gruppi anti-ayatollah e monitoring diretto delle elezioni in Azerbaijan. Il tutto, come sempre, made in USA.

Iran: R. Nicholas Burns, under secretary of state for political affairs, called the expanded efforts a "second track" paralleling diplomatic initiatives on Iran's support for terrorism and its nuclear program. He said the administration was "taking a page from the playbook" on Ukraine and Georgia. In those countries, the United States gave money to opposition and pro-democracy groups, some of which later supported the peaceful overthrow of the governments in power.

Azerbaijan: US to conduct exit polls in November parliamentary elections.

Guerrafondai e imperialisti.
Come nota Lawrence Kaplan scrivendo delle rivoluzioni democratiche dall'Asia Centrale al medioriente:
When it comes to democratization, either the decisive push will come from Washington or it may not come at all.
"The overwhelming majority in Lebanon realize that what's happening is the result of U.S. benevolence," says Malik. "Bush is even being called 'St. George.'
Grazie a 1972




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1 giugno 2005

Usa: le vere radici dell'amicizia ebraico-americana

Quindici secoli e mezzo non sono pochi. Ma ce ne vollero tanti perché, dopo l'imperatore Caracalla, il cui storico editto del 212 d. C. aveva attribuito la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi, un altro capo di Stato riconoscesse formalmente gli ebrei come cittadini a pieno titolo. Non era un monarca in questo caso, ma il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington. E la sua dichiarazione in risposta alla comunità israelitica di Newport ribadiva i principi della rivoluzione americana, cui gli ebrei avevano attivamente partecipato.
Nei primi tempi, ricorda Giuliana Iurlano nel saggio Sion in America ( Le Lettere, pp. 507, e35), la parità dei diritti fu sancita solo a livello federale, per cui paradossalmente un individuo di religione ebraica poteva in astratto diventare presidente degli Usa, ma non ricoprire cariche di assai minore rilievo negli Stati dell'Unione che richiedevano a tal fine la professione di fede cristiana. Ma presto l'eguaglianza si affermò ovunque e anzi gli ebrei americani presero a preoccuparsi della condizione ben più difficile dei loro fratelli europei. E anche a progettare un ritorno in Palestina, visto non tanto come rimedio all'antisemitismo, quanto come occasione per costruire uno Stato sulla base dei valori democratici americani, che importanti leader ebraici come Louis Brandeis associavano agli ideali etici del giudaismo.
Soprattutto da questa profonda sintonia culturale, non dalle manovre occulte evocate dagli antisemiti vecchi e nuovi, deriva l'influenza del sionismo negli Usa, che rende così salda l'alleanza tra Gerusalemme e Washington. Fonte: Corriere




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31 maggio 2005

Usa: nella patria del Far West e del cosiddetto fondamentalismo religioso la legge sulla ricerca scientifica è meno restrittiva della nostra

(...)Si è soliti ripetere che la società americana è tra le più religiose del mondo occidentale e che la politica ne è fortemente influenzata. L'osservazione sicuramente fondata necessita tuttavia di precisazioni. Occorre distinguere in maniera netta il peso e l'influenza che le fedi esercitano nella società, nella cultura e nell'esperienza civile americana, e il modo in cui si configura il rapporto tra le chiese (intese come denominazioni) e lo Stato. Il dibattito tra i diversi punti di vista anche religiosi è molto aspro nella società americana, dove peraltro convivono felicemente una pluralità di comunità di credenti in fedi diverse insieme a non credenti. Ma non appena si considera il ruolo dello Stato - cioè delle legislazioni e dei poteri esecutivi - il muro di divisione tra, da una parte, le chiese, le dottrine e i valori religiosi e, dall'altra, le istituzioni pubbliche è solidissimo.

Il primo emendamento costituzionale (1790) “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto…” seguita dopo oltre due secoli ad avere effetto su tutto ciò che riguarda il rapporto tra morale e diritto. Così, per quanto riguarda la ricerca sulle cellule staminali, la discussione nell'opinione pubblica è forse ancora più cruenta di quella che ha luogo in Italia, ma si arresta rigorosamente alle soglie della legiferazione che riguarda soltanto la misura del finanziamento pubblico. Per il resto la ricerca nelle mani dei ricercatori e delle imprese è assolutamente libera anche se sottoposta alla deontologia e ai limiti che la stessa comunità scientifica pone sempre a se stessa.

E’ una strana idea quella secondo cui se lo Stato non prescrive quanti embrioni possono essere impiantati nell'utero di una donna o da dove le cellule staminali devono essere tratte si arriverebbe subito al tanto reclamizzato Far West. Questa attraente immagine cinematografica, tuttavia, non ha cittadinanza negli Stati Uniti. (...) Fonte: Il Riformista




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25 maggio 2005

Condoleeza Rice: Stati Uniti ed Israele devono lavorare insieme per portare la democrazia in Medio Oriente

Washington, 23 mag. (Adnkronos/Dpa) - Stati Uniti e Israele devono lavorare insieme per portare la democrazia in Medio Oriente. Lo ha dichiarato il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, che ha elogiato alcune riforme messe in atto dai paesi arabi come il Kuwait, l'Egitto e l'Arabia Saudita. ''Stati Uniti e Israele devono difendere le aspirazioni di tutti popoli che da tempo aspettano di essere liberi, e con il nostro fermo sostegno, possiamo contribuire a rendere la promessa di democrazia un a realta' per tutta la regione'', ha affermato la Rice intervenendo alla Comitato affari pubblici israelo-americana, una lobby americana pro Israele.

In particolare, sull'Iran il segretario di Stato ha sottolineato che le autorita' di Teheran ''devono sapere che l'energia delle riforme che si sta costruendo attorno a loro ispirera' un giorno i
cittadini iraniani nel chiedere le loro liberta' e i loro diritti''. ''Gli Stati Uniti - ha assicurato - sono dalla parte del popolo iraniano''. Fonte: Adn Kronos




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25 maggio 2005

Il parlamento Usa a maggioranza repubblicana è più laico dell'Unione di Prodi.

WASHINGTON - La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un progetto di legge che estende la ricerca sulle cellule staminali embrionali, finora gravemente limitata. Il presidente Bush pero' minaccia di usare il proprio diritto di veto per bloccare la norma. I deputati hanno approvato il disegno con 238 voti a favore e 194 contrari, senza ottenere pero' i due terzi che metterebbero la legge al sicuro dal veto presidenziale. I sostenitori della ricerca sostengono che dalle cellule embrionali si potranno curare malattie come diabete, Parkinson, Alzheimer. Gli oppositori, invece, invocano i diritti dell'embrione. (Agr) Fonte:Corriere




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24 maggio 2005

Sui temi dei referendum Bush è più laico e di sinistra di Prodi

(...) Rispetto al dibattito italiano sul referendum del 12 giugno, la discussione americana parte da presupposti molto diversi. Negli Stati Uniti c’è totale libertà di ricerca sugli embrioni, così come non ci sono limiti né restrizioni di alcun tipo sulle terapie di fertilità. Nessuno, né Bush né il Comitato di Bioetica né gli antiabortisti, chiede di limitare la creazione di embrioni per la fecondazione in vitro, al contrario della legge italiana che pone il tetto massimo di tre embrioni per ogni donna che si sottopone all’assistenza medica per restare incinta. Resta aperto il dibattito sull’uso degli embrioni inutilizzati, ma dopo le recenti scoperte coreane il fronte si è spostato più avanti. (...) Nel 2001 Bush ha deciso di finanziare coi soldi federali soltanto la ricerca sugli embrioni già esistenti, cioè su quelli già creati in laboratorio ma non più utilizzabili a scopo riproduttivo. Bush ha deciso invece di non concedere soldi federali alla ricerca sugli embrioni creati dopo l’agosto del 2001. Secondo Cohen, non usare i soldi dei contribuenti è una posizione moderata, visto che alcuni di loro considerano immorale distruggere una vita. E’ rimasta totalmente libera la ricerca finanziata dai privati, così come eventuali iniziative pubbliche pagate dai singoli Stati (tre miliardi di dollari solo in California, con un trasferimento di massa di scienziati, ricercatori ed esperti dalla costa est a quella occidentale). La settimana scorsa oltre duecento deputati e cinquantotto senatori, liberal e conservatori, hanno presentato due progetti di legge per cancellare anche quel flebile limite imposto da Bush. Se la legge dovesse passare, la Casa Bianca la bloccherebbe con il veto perché, ha detto Bush, “non si può creare una vita e poi distruggerla per curarne un’altra”.(...) Fonte: Camillo




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19 maggio 2005

Bush in aiuto alle nuove democrazie. L'Europa pacifista preferisce lamentarsi nelle piazze..

WASHINGTON - Il presidente americano George W. Bush ha annunciato mercoledì a Washington la creazione di un organismo civile di pronto intervento per aiutare le giovani democrazie ad affrontare le inevitabili difficoltà iniziali.

Bush, in un discorso all'International Republican Institute ha annunciato la creazione di un nuovo Dipartimento per la Ricostruzione e la Stabilizzazione (all'interno del Dipartimento di Stato), con un fondo iniziale di 24 milioni di dollari, per coordinare gli interventi civili a favore delle nuove democrazie.

"Il nuovo organismo civile sarà pronto in futuro a far scattare i programmi necessari nel giro di giorni e settimane, invece che nel giro di mesi e anni - ha detto Bush - Se emergeranno crisi e sarà necessaria assistenza, l'America sarà pronta a rispondere". Fonte: Ticinonline




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18 maggio 2005

La commissione Bush sulle staminali: riflessioni utili anche per l'Italia.

(...) "Abbiamo cercato di percorrere modi per ottenere cellule staminali umane pluripotenti, geneticamente stabili e adulte, cioè cellule equivalenti alle staminali embrionali, senza ricorrere alla creazione, alla distruzione o al danneggiamento di embrioni umani". Le alternative sono cellule staminali prese da embrioni morti; cellule staminali prese da embrioni vivi, ma senza danneggiarli; cellule staminali estratte da simil embrioni creati con la bio-ingegneria; cellule staminali riprogrammate da cellule adulte. Alcuni membri del Consiglio non condividono tutte le soluzioni offerte: c'è chi sostiene siano troppo rischiose e chi crede sia meglio andare avanti con le attuali tecniche già sperimentate o con la clonazione terapeutica.(...) Fonte: Camillo (articolo da leggere interamente)




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17 maggio 2005

Il riformista sull'eccesso di libertà di stampa che uccide

(...) Proprio perché crediamo alla buona fede di Newsweek quando ha pubblicato la notizia e quando se ne è scusato, segnaliamo la novità assoluta, e la drammaticità, con cui oggi si pone la questione della libertà di stampa. Mentre noi in Italia siamo alle prese con un problema più arcaico, quello della dipendenza dei mass media dal potere politico, nei paesi più moderni si pone ormai un problema opposto, di responsabilità dei mass media nel criticare il potere politico. Il caso Bbc-Blair fu un fulgido esempio di questo problema, ma il caso Newsweek ha dimostrato le impressionanti conseguenze che ne possono derivare.
Il mneccanismo della sanzione dell’errore nelle società libere è da tempo ben oleato: chi sbaglia prima o poi paga, viene punito nella sua credibilità dai consumatori di informazione, magari perde audience, tiratura e pubblicità. Ma nella «guerra di civiltà», se di questo si tratta oggi nel mondo, l’informazione diventa la prima linea, perchè la notizia della profanazione di un Corano a Guantanamo vale come una bomba fatta esplodere a Kabul. La stampa ha un grande potere indipendente nelle società aperte, e «irresponsabile», non sottoposto cioè - come invece il potere politico - al giudizio periodico degli elettori. Deve imparare ad usarlo in modo molto più responsabile. Nelle condizioni attuali, la libertà è diventata un’arma molto più affilata, e dunque tanto più preziosa.  Fonte: Il Riformista




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Dice il Corano in 2ª 62: "Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di essi nessun timore, e non verranno afflitti."       

 
 

 

 

 

 

 

Dice il Corano in 18°29: "La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole."















Il miglior sistema di assistenza sociale è un lavoro. (R. Reagan)

Diceva Marshall McLuan che l’indignazione è una tecnica per dare dignità a un idiota. E Valery diceva che l’indignazione permanente è segno sicuro di bassezza morale