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  Liberopensiero [ Il Blog di Davide Romano - in collaborazione con No-Way e altri - collaboratore del Circuito Radio Cristiane e de La Repubblica. ]
 
 
         
 


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20 dicembre 2007

Citazione reaganiana

 Il miglior sistema di assistenza sociale è un lavoro.




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22 novembre 2005




http://liberopensiero.blogosfere.it




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18 novembre 2005

Liberopensiero raddoppia, e poi dimezza.

Da sabato 19 novembre mi trovate anche su Blogosfere: http://liberopensiero.blogosfere.it/.
Da lunedì 21 solo su Blogosfere. Segnatevi l'indirizzo nuovo!
Un grazie al Cannocchiale per la splendida ospitalità.
Davide Romano




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18 novembre 2005

Lo storico negazionista David Irving in manette e Oliviero Diliberto libero: che senso ha?

Non si è mai laureato in nessuna università, ma i trenta libri che ha scritto fanno discutere da almeno quarant'anni gli storici di tutto il mondo. David Irving, lo storico inglese diventato famoso per le sue tesi che giustificano il nazismo e negano l'Olocausto di sei milioni di ebrei, è stato arrestato in Austria, dove si era recato per una visita che doveva essere breve, e che potrebbe invece durare a lungo. Irving, che è stato fermato l'11 novembre (ma la notizia è stata confermata soltanto ieri), si trova ora in carcere a Graz, in Carinzia, e rischia ora una condanna pesante, tra i dieci e i vent'anni di carcere, se verrà processato. (...) fonte: Il Giornale

Non è che soffra nel vedere uno che nega la Shoah in galera, questo no. Mi verrebbe da aspettare il compimento dei 20 anni di galera e andargli a dire: "20 anni di galera? tu? ma quando mai?".
Ma a pensarci bene, che senso ha,
oggi, sbattere in galera uno che la pensa diversamente da me? E' necessaria la galera? Gli farei, al limite, fare dei lavori di pubblica utilità. Che so, fargli fare le pulizie negli ex-campi di concentramento o altro. Ma forse neppure quello. In fondo, le sue teorie le ha sconfitte la Storia, la cultura, e non c'è storico serio che creda a quanto farnetichi questo individuo. E poi, in fondo, fa più male lui a negare la Shoah, o Diliberto ad andare a stringere la mano a Hezbollah (anch'essa negazionista ) fornendo quindi un sostegno politico concreto per massacrare più ebrei?
Diliberto, per dirlo chiaramente, è molto più pericoloso di Irving. Irving propaganda idee cretine, potenzialmente portatrici di politiche criminali. Ma Diliberto le politiche criminali già le fa, sostenendo chi supporta il terrorismo e lo scontro di civiltà. E non si tirino in ballo i palestinesi: Hezbollah e partito Baath siriano sono nemici di Abu Mazen e amici dei terroristi di Hamas e della jihad (entrambi protetti dalla Siria). Insomma, siccome non mi viene in mente neanche lontanamente di incarcerare Diliberto (o Rauti), mi domando: perchè Irving dovrebbe stare dentro?

P.S. Ultim'ora (manco a dirlo)
(ANSA) GAZA, 18 NOV Molte migliaia di palestinesi hanno aderito oggi a Gaza, al termine delle preghiere nelle moschee, a una manifestazione indetta dalla Jihad islamica in favore della Siria.




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18 novembre 2005

Mafia: come col cancro, non basta insultarlo, bisogna combatterlo.

(...) Gridando «la mafia fa schifo», che è il più infantile e il più eccessivo degli slogan antimafia, Cuffaro mette le mani avanti, si sente un ingenuo in rivolta, gli piace che 'Kuffar' in arabo significhi «infedeli» e quindi cristiani. Così si sente Kuffar: un cristiano fuori e contro il gruppo di dominio, un anticonformista, un ribelle, una vittima, in un'isola di vittime e di ribelli che lui bacia uno per uno. Kuffar «vasa,vasa» appunto: «Cos'altro dovrei fare se non baciare tutti i miei fratelli?». In questo senso la mafia che, rovesciando le parti, si appropria della retorica antimafia, si rivela intelligente perché svela la povertà di quella retorica e i suoi guasti. E prova che il malessere siciliano non è finito, che sta cambiando, e che la mafiologia e la "sicilianologia" annaspano forse più e peggio della mafia. Dire che la mafia fa schifo non è solo infantile da parte di un politico. E' come se il professor Veronesi pensasse di risolvere il cancro biasimandolo. Ma elettoralmente può funzionare, se nel campo di battaglia tutti fanno retorica antimafia, anche la mafia. Attenzione dunque a questo slogan così paradossale. E forse farebbe bene a valutarne la portata innanzitutto quella sinistra siciliana che, proprio contro Cuffaro, vuole candidare la sorella del giudice Borsellino alla presidenza della Regione. La signora Rita Borsellino, che è certamente una persona di alta pulizia morale e di grande dignità, non è suo fratello. Certo, la signora ha tutto il diritto di fare politica, già si è impegnata nell'associazionismo cattolico e potrebbe anche accadere che riveli doti di buona amministratrice e di brava presidentessa, ma la logica del cognome non surroga competenze e per nessuna ragione al mondo si potrebbe affidare alla signora Alighieri la continuazione della Divina Commedia. Il pericolo è che la scelta di un cognome-simbolo stia ancora dentro quella retorica di cui si sta rendendo maestro e nuovo protagonista proprio il favoreggiatore Cuffaro. Se anche la retorica antimafia è diventata terreno di mafia a noi non resta che prenderne distanza e dare battaglia alla retorica” . Fonte: Francesco Merlo su Repubblica

Non ho parole. Questo articolo è semplicemente perfetto. Le parole contro la mafia, senza le ruspe contro l'abusivismo e senza combattere l'illegalità diffusa, a che servono?




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18 novembre 2005

TAV: quella sinistra progressista contro il progresso.

(...) Senza dubbio, parlare di Alta velocità ferroviaria, in Italia, non è facile e la Valle di Susa non fa eccezione. Il Paese che con la Napoli-Portici (1839) detiene il record della linea ferroviaria piu antica del mondo è oggi indietro di un quarto di secolo rispetto a Francia e Germania. Non a caso l'Italia colleziona ora in Europa un altro primato: ha la più alta densità di camion per chilometro (14 contro i 6 di Francia e Germania, i 10 del Regno Unito e i 7 della Spagna). Il che vuol dire che se tutti si mettessero contemporaneamente in marcia ve ne sarebbe uno ogni 71 metri di strada.(...) In gioco, nella partita Lione-Torino, ci sono in particolare 72 chilometri del tracciato italo-francese, la stragrande maggioranza dei quali in galleria. Costo: 6,6 miliardi di euro, di cui il 63% in carico all'Italia e il 37% alla Francia. Taglio dei nastri previsto tra il 2018 e il 2020. Vantaggi: alcune migliaia di posti di lavoro per molti anni, un'ora e 45 minuti per andare da Torino a Lione contro le 4 e 20 attuali, grande spostamento del traffico merci dalla strada ai binari.(...) L'Unione è chiamata a una sfida programmatica complessa e potenzialmente esplosiva. Per Rutelli la Tav s'ha da fare. Lo stesso vale per i Ds, il leader Piero Fassino in testa. Il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, precisa che «nessuno ha diritto di veto e che occorre far prevalere la legge della maggioranza».
Sul lato opposto, oltre ai sindaci e a molti politici locali, c'è un'ala schierata per il "no" assoluto, come Rifondazione comunista e la Fiom-Cgil piemontese. Case del popolo e parrocchie, scout, veteromarxisti bonari, giovani intellettuali anticapitalisti e borghesi incerti sono a vario titolo (e con varia intensità) mobilitati. (...) Fonte:Sole24ore

Non c'è dubbio: la sinistra è di fronte a un bivio. O diventa adulta, e accetta di entrare nel sistema europeo (non è pensabile che una ferrovia TAV che collegherà l'est all'ovest europeo si blocchi in Italia), o siamo fuori. O iniziamo a limitare il traffico su gomma dei camion, o è inutile che ci lamentiamo dell'inquinamento, del traffico, ecc. 
E' assurdo che forze che si richiamano al progresso, quando se lo trovano davanti, si ritirino. Ed è triste che l'Unione debba ancora dibattere su questi temi. Non è che le nostre forze "progressiste" rischiano di farci restare indietro?



 




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18 novembre 2005

SDI-Radicali: Bobo Craxi attacca Pannella sui palestinesi.

Roma, 17 NOV (Velino) - "Ho visto che Marco Pannella si occupa dei diritti umani della vicina e amica Tunisia proprio mentre il presidente della Camera dei deputati si reca in visita, in nome della nostra nazione, proprio in quel Paese". Lo ha detto Bobo Craxi del Nuovo Psi, che ha poi aggiunto: "È probabile che settori dell'insorgente e pericoloso integralismo islamico siano stati perseguiti con metodologie severe e con carattere repressivo forse assai meno dure e meritevoli di reprimende di quelle con le quali quotidianamente lo Stato di Israele persegue, reprime e ha represso la lotta per l'autodeterminazione del proprio popolo di centinaia di civili palestinesi. Di questo, vedo - ha concluso l'esponente socialista -, non se ne occupa". (com)

Se Bobo Craxi - prima ancora di entrare nel nuovo soggetto politico SDI-Radicali - propone queste posizioni, è evidente che non o non è compatibile lui con la nuova "rosa nel pugno", o non lo sono gli elettori amici della democrazia israeliana e nemici dei gruppi terroristi palestinesi che colpiscono sia palestinesi che israeliani (ormai più i primi che i secondi). Sarebbe opportuno che la rosa nel pugno chiarisca da che parte sta: o con le dittature e il terrorismo o per la democrazia, non crediamo che su queste questioni si possa mediare più di tanto.




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17 novembre 2005

Bertinotti a favore del Concordato e dell'8 per mille

Roma, 17 nov. (Apcom) - La revisione del Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica "non è una urgenza nel'agenda del Paese" mentre il presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, "non è un capopartito". Lo afferma il segretario di Rfondazione comunista Fausto Bertinotti in un'intervista al 'Corriere della Sera'.
"Io non la inserirei nell'agenda delle urgenze - spiega il leader comunista - e lo stesso discorso vale per l'otto per mille. Bisognerà invece aprire una grande discussione su come garantire laicità e convivenza in uno Stato sempre più multireligioso, multietnico, multiculturale".
"Creare un cortocircuito e partire da un punto conclusivo come il Concordato e l'otto per mille - spiega Bertinotti - sarebbe un errore. Per farmi capire meglio: per la mia storia personale non toglierei mai un crocifisso da un'aula che lo ospita da anni. Semmai procederei per aggiunta". "L'ho già detto - conclude Bertinotti - mi ritengo un non credente, ma non mi definirei un ateo. Ma non vorrei che, parlandone, qualcuno mi accusasse di voler apparire pio". Fonte: Virgilio

Sbaglierò, ma l'8 per mille e il Concordato mal si conciliano con uno stato multireligioso, che dovrebbe garantire lo stesso trattamento per tutti. Come si fa a dire alle altre religioni - come si fa per certi versi con il Concordato - che esiste una, e solo una, religione preferita dallo Stato? Forse dirlo ai 4 gatti di ebrei e protestanti poteva essere facile ieri, oggi dirlo a centinaia di migliaia di musulmani può diventare più difficile. Quando, tra 10-20 anni, i musulmani saranno qualche milione, sarà difficile spiegare loro che sono solo gli insegnanti della religione cattolica a essere pagati dallo Stato. Inoltre la visione di Bertinotti che vorrebbe aggiungere simboli su simboli, mi pare poco laica. Capisco il disagio nel togliere un crocefisso, ma trasformare le scuole in un bazar di simboli religiosi mi pare poco realistico: perchè non mettere l'unica cosa che davvero ci può unire, la bandiera italiana?




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17 novembre 2005

Se si gridasse un po' meno, emergerebbe che questa devolution ha diversi pregi. Tra cui cancellare gli errori della riforma targata Ulivo.

Roma, 16 NOV (Velino) - "Imbarazzo" e sofferenza personale": sono i sentimenti esternati dal costituzionalista Augusto Barbera, ex parlamentare della sinistra, nell'esprimere un giudizio sulla riforma costituzionale che verra' approvata oggi. In un'intervista concessa al Quotidiano nazionale, il giurista vicino ai liberal Ds prende di mira le tesi - che definisce "false e perfettamente simmetriche - di maggioranza e opposizione. Cosi' facendo, pero', Barbera sottrae allo schieramento per il quale simpatizza un'arma propagandistica di notevole impatto. Non
e' affatto vero, secondo il costituzionalista, che la devolution spacchi l'Italia: "Per quanto riguarda il federalismo, la riforma rappresenta un passo indietro in senso centralista rispetto a quella approvata dal centrosinistra nel 2001". La riforma targata Ulivo - denuncia Barbera - aveva "allegramente trasferito alle regioni alcune materie come l'energia, le grandi vie di comunicazione e l'ordinamento delle professioni, che torneranno invece a essere di competenza dello Stato".
Non solo. "È stato anche reintrodotto il limite, cancellato dal centrosinistra, dell'interesse nazionale. E se la riforma del 2001 prevedeva che anche una sola regione potesse ottenere maggiori poteri alimentando cosi' lo squilibrio tra Nord e Sud, ora il trasferimento delle funzioni dev'essere uguale per tutte". Quanto al trasferimento di poteri su scuola, sanita' e polizia locale alle regioni, e' vero "solo in apparenza. Le norme generali sulla salute, cosi' come quelle sull'istruzione, restano di competenza esclusiva dello Stato". Sulla polizia locale, poi, "siamo al ridicolo", sostiene Barbera. "Bossi chiedeva piu' poteri alle regioni sulla microcriminalita', mentre la riforma gli riconosce quei poteri di polizia amministrativa locale di competenza regionale da trent'anni". Per questo la campagna dell'Unione, "al pari di quella leghista, e' solo polemica politica: qualcuno ride sotto i baffi, qualcuno ha finito per crederci".In un'intervista pubblicata dal Sole-24 Ore il 17 ottobre 2004, Barbera si era spinto oltre, affermando: "È paradossale, ma bisogna riconoscere che e' toccato a un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l'unita' nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell'Ulivo". Un giudizio ribadito con nettezza in un intervento fatto a novembre 2004 dal costituzionalista sul forum on-line della rivista Quaderni costituzionali, dove e' tuttora disponibile: "Il testo predisposto da un ministro della Lega e' complessivamente piu' unitario - per fortuna - rispetto al testo approvato nel 2001 dal centrosinistra", rivelava il giurista, sollecitando "smentite al riguardo". E denunciando i guasti della riforma ulivista: "Come e' noto - rimarcava Barbera -, solo la assunzione da parte della Corte costituzionale di compiti impropri sta contenendo i danni provocati dalla allegra generosita' di quel testo. (...) (ndl)




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14 novembre 2005

Commemorazione degli eroi di Nassiriya: l'abbandono da parte dello stato della compagna di uno dei caduti.

È, anzitutto, una questione di stile. Che senso ha portare una signora, compagna di un caduto di Nassiriya, in pullman con tutte le altre persone accreditate alla cerimonia, e poi impedirle di entrare, e tenerla fuori della sala, perché non è la moglie ufficiale?
La cosa è successa anche l’anno scorso: dunque non è un errore o una gaffe, è una costante del ministero della Difesa. 
La compagna di Stefano Rolla, il regista caduto a Nassiriya nella grande strage mentre lavorava a un documentario, nel Memory Day non ha potuto partecipare alla cerimonia, e nella cerimonia ufficiale si è ricordato questo caduto tagliando via e nascondendo, della sua vita, una parte così essenziale, intima, decisiva, come la compagna. In questo modo si falsa il Memory Day, e si falsa l'identità degli «eroi» che si vogliono ricordare. Questo caduto civile, come tutti gli altri caduti, era là e lavorava per quel che sapeva, che sentiva, che amava, insomma quel che era. La sua vita era sua ed era di chi viveva con lui, questa compagna. Ricordandolo, gli si rende onore, l'onore che merita. Chiamandolo eroe, lo si esalta, lo si indica come modello, un modello come ne abbiamo pochissimi oggi, e di cui abbiamo tanto bisogno. Se lui fosse vivo e ricevesse una onorificenza da vivo, la sua compagna sarebbe con lui, e durante la cerimonia i due si scambierebbero uno sguardo, e con quello sguardo spartirebbero il senso della cerimonia, e anche l'orgoglio. Lo Stato, portando via con la forza la compagna che lui s'era scelto, disapprova e corregge la sua vita, in un certo senso se ne vergogna, e la nasconde. Non gli rende onore, ma pronuncia una condanna morale. Questa esclusione della compagna, questa censura sull'amore e sulla vita, è il trionfo dell'ipocrisisa, della burocrazia, dell'ufficialità, sui sentimenti, sull'autenticità, sull'identità.(...) Vedova è colei che perde l'uomo che amava e col quale viveva. Non si capisce perché il ministero della Difesa possa passare in rassegna la vita dei caduti, e approvare una parte dei loro sentimenti e legami, e un'altra parte tagliarla via. A una cerimonia in onore di eroi devono presenziare coloro in cui gli eroi continuano a vivere, coloro che essi amavano. Se escludi coloro che essi amavano, li uccidi una seconda volta. Se ci fossero i Pacs, questo non accadrebbe. La speranza è che ieri sia accaduto per l'ultima volta. E che fra un anno non possa più succedere. Fonte: L'Unità

Al di là dei PACS (che magari Rolla non avrebbe sottoscritto con la compagna), mi pare il problema sia quello di riconoscere in qualche maniera le coppie di fatto. Figuratevi se il soldato caduto fosse stato gay....preferiamo non pensare a cosa si sarebbero inventati al Ministero della Difesa per evitare la presenza di un compagno omosessuale!
Non penso i partner degli eroi debbano essere discriminati in alcun modo. Di fronte alla morte, almeno. E questo l'Esercito dovrebbe saperlo bene, visto che la morte, purtroppo, è qualcosa con cui l'Esercito ha spesso a che fare. Urge soluzione per rendere onore a tutti gli eroi, a prescindere dalle loro scelte di vita.





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14 novembre 2005

Chi comanda veramente in Siria? un regime alla Pinochet, con velo socialista

In Siria vi sono vari servizi di sicurezza, ed ogni provincia ne ha uno guidato da un rappresentante del Partito Baath detto ‘Segretario della sezione’, oltre al presidente della provincia, ai presidenti dei distaccamenti della sicurezza (militare, aerea, politica, nazionale), al comando della polizia provinciale, la difesa civile, e le presidenze delle regioni che dipendono dal Ministero della Difesa.Questo per quanto riguarda le province; inoltre, tutti questi servizi dipendono dall'alto consiglio di sicurezza, a capo della quale vi è direttamente il Presidente, seguito dal presidente dell’ufficio per la sicurezza nazionale, e della commissione fanno parte anche i direttori delle branche della sicurezza suprema, oltre agli ufficiali distaccati nel palazzo presidenziale. Questa commissione decide il destino di ogni cosa in Siria, all’interno ed all’esterno, e chi la fa funzionare è espressione di un gruppo di ufficiali il cui livello d’istruzione non ha superato il diploma, detto ‘Baccalaureato’, cioè 12 anni di studi, ma che sono tuttavia parenti di Tizio e Caio. Questa è dunque la dirigenza che comanda la Siria.
Chi comanda la Siria sono solo e solamente le varie agenzie dei servizi di sicurezza e sono loro che eleggono il comando regionale, considerato la massima guida politica del partito Ba’ath al governo, visto che i capi della sicurezza si mettono d’accordo per spartirsi la torta, e chi paga di più, vince il posto; questo sistema arriva fino agli operai delle pulizie nelle municipalità, agli inservienti, agli impiegati e ai maestri, e negli ultimi tempi si è inserito anche nelle nomine nelle aziende private. Chi non piace ad uno degli apparati di cui sopra, è impossibile che possa vivere in Siria, soprattutto i figli delle classi povere, che sfortunatamente costituiscono l’85% della popolazione. Anche fra gli stessi baatisti, nessuno di loro può arrivare al livello del ‘Plotone’, la più elementare struttura organizzativa del partito, se non paga alcune centinaia di lire siriane al membro della sicurezza, incaricato di seguire il suo caso.(...) Fonte: SpartAtene

Dedicato a chi crede ancora che in Siria ci sia il socialismo: no, cari compagni, trattasi di una dittatura militare spietata. Una dittatura che ha ben poco da invidiare a quella di Pinochet che tanto abbiamo disprezzato. Ma in questo caso come in mille altri, purtroppo, certa sinistra si fa ipnotizzare dal richiamo al socialismo che fanno questi dittatori. E' tragicamente buffo: se un dittatore si dichiara socialista (o comunista) gli si perdona tutto e, in certi casi, addirittura lo si esalta.. Se si dichiara di destra invece, viene linciato dalla stampa di mezzo mondo. Sarà forse per questo che ormai (quasi) tutti i dittatori del mondo si dicono ispirati al socialismo? E che non si trova più un dittatore uno che si dichiari di destra? chiamali scemi... 




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11 novembre 2005

Diliberto: il mio partito è una caserma. Chi manifesta per la vita di Israele finisce sotto processo?

Sul segretario del PDCI già altre volte ci siamo intrattenuti. Quest'ultima non è male.
Tutto inizia da un articolo del Corriere della Sera che sosteneva che Alessio D'Amato, il segretario romano e capogruppo in regione dei Comunisti Italiani sarebbe stato invitato a lasciare la direzione nazionale del partito per aver partecipato alla fiaccolata per Israele organizzata da Giuliano Ferrara il 3 novembre scorso. 
Risponde sdegnato Diliberto:
Roma, 11 nov. (Apcom) - "Quell'articolo è completamente infondato".(...)"Il nostro partito - dice Diliberto - non è una caserma. Alessio D'Amato ha avuto una posizione che io giudico sbagliata, ma è una posizione politica. Quindi - continua - il problema di misure disciplinari non si pone, non si è mai posto e chi ha dato quelle informazioni lo ha fatto strumentalmente per danneggiare il partito". Diliberto assicura che nella direzione di oggi il 'caso D'Amato' "non è stato minimamente affrontato.(...)
Il "processato" Alessio D'Amato ribatte: (ANSA) - ROMA, 11 nov - ''Non hanno neanche il coraggio di difendere le loro azioni. Diliberto nega l'evidenza: da parte sua e' una caduta di stile''. (...) ''E' falsa l'infondatezza'' replica D'Amato a Diliberto e ricorda come in una lettera il responsabile dell'Organizzazione del partito, Severino Galante, ''sottolinea come la mia presenza alla manifestazione si possa conciliare con la mia permanenza di funzioni di direzione nazionale''.
''Sono rammaricato per l'atteggiamento del partito: o il segretario prende le distanze dalle indicazioni della lettera di Galante o devo considerare il silenzio assenso ma non si puo' sottacere tutto e parlare di infondatezza'', conclude D'Amato. (ANSA).

Diliberto è quindi bugiardo? non ha il coraggio delle proprie azioni? Aspettiamo chiarimenti. Se poi dice che l'articolo del Corriere è infondato perchè il suo partito non è una caserma, e risulterà invece che Alessio D'Amato è stato "processato" significa che il suo partito è una caserma, e lui ne è il Colonnello, che non ha neppure il coraggio di esporsi.
Andremo a fondo nella vicenda. Senza dimenticare che il vero delirio è che un dirigente del PDCI debba rischiare il posto per aver manifestato per il diritto di Israele ad esistere. Se questo è il "modello" che vuole Diliberto per l'Italia....
Un bravo a Giachetti




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10 novembre 2005

Caso Fazio: l'unica speranza residua per farlo dimettere viene dall'Europa.

Bruxelles, 10 nov. (Adnkronos/Aki) - Il commissario europeo per il Mercato Interno, Charlie McCreevy, e' favorevole ad aprire una procedura d'infrazione contro l'Italia per il comportamento della Banca d'Italia nei casi delle opa di Abn Amro su Antonveneta e Bbva su Bnl. Dopo mesi di intensa corrispondenza tra Bruxelles e Palazzo Koch e a conclusione delle discussioni informali tra la Bankitalia e la Banca centrale europea, il commissario irlandese, fatto tesoro del verdetto dell'Eurotower, rompe gli indugi e si esprime a chiare lettere. ''Personalmente - ha dichiarato McCreevy - direi che sono favorevole ad avviare qualche azione'' sul caso Bankitalia. ''Ma - ha proseguito - aspetto le conclusioni finali dei nostri servizi giuridici'' che ''spero arrivino presto''. Secondo fonti comunitarie, per la decisione finale ''sara' piu' una questione di giorni che di settimane''  Fonte: Basilicata.net

L'opposizione guidata da Prodi, il Ministro dell'Economia Tremonti, la Confindustria, i sindacati, il vice-presidente del Consiglio (e Ministro degli Esteri) Fini si sono espressi chiaramente per le dimissioni del Presidente di Bankitalia. Ma lui resta attaccato alla poltrona, grazie alla Lega e a Berlusconi. L'unica speranza per liberarci di Fazio resta l'Europa. Ma perchè per questioni che dovrebbero essere indiscusse (concorrenza, liberalizzazioni, aiuti di stato, ecc.), dobbiamo sempre sperare nell'UE? A me pare una tendenza umiliante, da paese di serie B.




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9 novembre 2005

Presidente iracheno in Italia: orgoglioso di essere italiano.

La visita in Italia del presidente iracheno Jalal Talabani è caduta proprio nel giorno in cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha esteso a dicembre 2006 il mandato della coalizione internazionale guidati dagli Stati Uniti che secondo la risoluzione 1546 garantisce la transizione irachena e l'avvio della ricostruzione del Paese. È un grande e significativo passo in avanti, che estende lo scudo della piena legittimità internazionale alla presenza dei contingenti militari impegnati a sostenere il governo a interim, e il processo che dopo l’approvazione popolare della nuova Costituzione porterà a breve alle prime elezioni politiche per eleggere il Parlamento e poi quest'ultimo a rimettere mano alle parti della Carta fondamentale che ancora non soddisfano la minoranza sunnita, per eventuali modifiche che in ogni caso andranno poi sottoposte a referendum. Talabani ha chiesto all'Italia di restare ancora in Iraq, il prossimo anno e non ha rivolto la richiesta solo al premier Berlusconi, ma ha significativamente voluto incontrare anche Romano Prodi per rivolgergli lo stesso appello. E' di grande importanza che in queste settimane la posizione della parte più schiettamente riformista del centrosinistra, Margherita e Ds, attraverso le dichiarazioni di Fassino e di Rutelli abbiano impegnativamente fatto capire che in caso di vittoria elettorale il centrosinistra non volgerà da un giorno all'altro le spalle agli iracheni, come ha fatto la Spagna con Zapatero. Fassino in particolare merita un riconoscimento esplicito, per le polemiche che la sua posizione suscita a sinistra. Prodi, da parte sua, non potrà che tenerne conto. Fonte Riformista

Mi era già successo la settimana scorsa con la manifestazione pro-Israele, oggi nuovamente. Sentire il presidente (un curdo!) Talabani ringraziare Berlusconi per l'impegno italiano in Iraq mi ha commosso. L'abbiamo fatta giusta anche questa volta, mandando le truppe in Iraq. Ne eravamo certi, ma fa piacere avere la conferma dell presidente iracheno, dell'ONU con la sua risoluzione, e anche della sinistra moderata (Prodi e Fassino) che di fatto si accodano alle nostre posizioni. Le truppe devono restare, e se Bertinotti e Diliberto le volessero togliere, vadano a convincere gli iracheni. 




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4 novembre 2005

La BCE non può bocciare Antonio Fazio. Lui ne approfitta per restare incollato alla poltrona.

(...) E' la prima volta nella storia dell’Eurotower che i governatori scendono in campo per dare un giudizio di merito sulla struttura di una banca centrale nazionale e sul comportamento di un membro del Comitato direttivo. E non è sfuggito il fatto, anche questo senza precedenti, che Trichet, alla domanda se Fazio goda ancora della fiducia del Consiglio dei governatori, abbia rifiutato di rispondere. Senza spendere una parola in sua difesa. Nel dettaglio, Trichet ha spiegato che il Consiglio dei governatori «ha concluso che le procedure seguite (dal Governatore Fazio, ndr ) erano basate sulla legislazione nazionale, che permette un grado di discrezionalità che non è necessariamente in linea con i principi» della Ue. (....) Una situazione complessa, quindi, nella quale la Bce non ha competenze legali specifiche, ma grande autorità morale. E si può immaginare la difficoltà di mettere d'accordo 17 governatori in una seduta fiume, iniziata mercoledì pomeriggio e conclusa ieri - lasciando nel frattempo invariati i tassi - su un testo che è diplomatico nella forma ma duro nella sostanza. Fonte: Corriere

Non è che la BCE ha salvato Fazio, come lacuni hanno detto. Ha semplicemente detto che Fazio non ha infranto le regole. Però ha detto che tali regole andrebbero cambiate: come dire, evitiamo ceh Fazio abbia ancora la possibilità di farele sue "furbate". Il fatto che il presidente della Banca Centrale Europea non abbia speso una parola per difendere Antonio Fazio, dovrebbe non lasciare molti dubbi, a chi vuol capire. E fa tristezza vedere quell'uomo attaccato alla poltrona come una cozza a un sasso, e che pretende di poter avere ancora autorevolezza. Dopo tutto quello che ha combinato e che abbiamo a suo tempo già denunciato ampiamente. Nulla di illegale, ma molto di moralmente riprovevole.





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3 novembre 2005

Di fronte alla minaccia di Al Qaeda la Chiesa non è la priorità contro cui lottare.

(...) Quanto alla vostra crociata contro la Chiesa, capisco quali possano essere i motivi, ma non capisco questo accanimento. Non vedo alcun pericolo di ripiombare nell’oscurità del Medio Evo. Due secoli di Illuminismo e Rivoluzione Industriale ci hanno immunizzati da questo pericolo. E’ vero che molti Italiani sono tornati ad avere un forte attaccamento alla Chiesa e alle sue leggi morali per paura della globalizzazione e del progresso scientifico, come dimostrato dagli esiti dell’ultimo referendum. Quest’ultima, sicuramente, è una tendenza pericolosa per chi la pensa come noi e va arginata. Ma va arginata culturalmente (...) La Chiesa, per quanto possa essere ostile a buona parte della nostra visione di libertà (prima di tutto alla libertà di fare di noi stessi e del nostro corpo quel che più ci aggrada), è pur sempre, in questa fase della nostra storia, un interlocutore molto prezioso, così come lo fu alla fine della Guerra Fredda quando contribuì ad abbattere i regimi comunisti. Adesso il nemico non è più un totalitarismo europeo, non è più il fascismo e non è più nemmeno il comunismo, che è ancora vivo ma marginale, ormai. Il nemico è un totalitarismo di importazione, l’Islamismo, che si fonda sugli stessi presupposti di potere assoluto e controllo totale della società dei due precedenti totalitarismi europei, anche se pretende di darsi un fondamento etico e religioso. Attualmente non esiste il pericolo che l’Islamismo instauri il suo regime qui in Italia, dove ha ben pochi adepti. Sono sicuro, però, che esista il pericolo che gli Islamisti possano infliggerci gravi danni. (...) Ecco perché ritengo che la Chiesa, o parte di essa rappresentata da Benedetto XVI, sia una diga indispensabile all’estendersi di questo vuoto culturale, che non è buono per nessuno se non per i nostri nuovi nemici totalitari. Ecco perché, caro Marco, questa volta non me la sento proprio di seguirti in questo tuo nuovo progetto. Fonte: Oggettivista

Molto interessante questa lettera del gionalista dell'Opinione. Pone un punto assai importante, che non va sottovalutato dal nuovo soggetto radical-socialista: il nemico numero uno non è la Chiesa, è il terrorismo islamico. Non bisogna mai dimenticarlo. Unica precisazione: la Chiesa non deve essere un nemico per nessuno. Neppure per i radicali. Il nemico vero, al limite, è la cedevolezza dei nostri politici che si genuflettono nella speranza di avere il consenso elettorale dei cattolici (che tanto, detto tra noi, non riceveranno mai l'invito esplicito del Vaticano a votare per uno schieramento puttosto che per l'altro).




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3 novembre 2005

Il Concordato corrompe la grandezza del pensiero della Chiesa?

Si parla molto di abolizione del Concordato in questi giorni, dei 3 miliardi di Euro che a vario titolo lo stato italiano versa nelle casse vaticane. Vorrei però soffermarmi su un'altra questione: sulla perdita da parte delle gerarchie vaticane a "volare alto" col pensiero. Quasi cercassero anche loro una sorta di legittimità "popolare". Mi spiego: la Chiesa si è spesa eroicamente (comunque la si pensi) contro il referendum sulla fecondazione assistita, la sua gerarchia è scesa in campo contro il matrimonio (o i PACS) per gli omosessuali, si sta schierando contro l'abolizione del Concordato e non si fa certo intimidire nell'esprimere il proprio parere contro l'aborto. Tutte battaglie "classiche". C'è però una battaglia meno "classica", e che la Chiesa stenta a intraprendere: quella contro il ritiro delle truppe dall'Iraq. Anche questa è infatti una posizione ufficiale della Santa Sede, ma non emerge nel dibattito politico. Non ci sono richieste delle gerarchie vaticane a Prodi di mediazione (come per i PACS o il Concordato) sulla questione. E allora viene il dubbio: o la Chiesa non crede in quello che dice (e la cosa non è neanche concepibile) o ha deciso scientemente di abbandonare la popolazione irachena al proprio destino. Nessuna delle due ipotesi mi pare possibile. Per questo ne avanzo una terza: tra le diverse posizioni della Chiesa prima enunciate, quella contraria al ritiro delle truppe italiane dall'Iraq è sicuramente la meno condivisa dai propri fedeli. Non vorrei quindi che - seppur involontariamente - i sacerdoti cattolici siano timidi verso alcune priorità per paura di andare controcorrente rispetto ai propri fedeli e quindi temano di perdere i contributi dell'8 per mille. Non trovo altra spiegazione al silenzio della Chiesa (se ne avete altre, fatemele sapere). E se fosse il Concordato a iniziare a mostrare i suoi effetti nefasti?




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2 novembre 2005


L’Intifada dei bambini, di Fiamma Nirenstein (La Stampa)

 

GERUSALEMME. Arafat istituzionalizzò il valore dei piccoli terroristi suicidi nel suo discorso dell’agosto 2002 ai bambini. La seconda intifada era al suo picco,e il rais lodò Farid Houra, uno «shahid» di 14 anni che prima di morire si era fatto da solo una specie di altarino di santificazione e poi era uscito di casa gettandosi in uno scontro, lasciando alla sua mamma una lettera. «Gli shahid costituiscono la forza fondamentale e vittoriosa del nostro popolo», disse. E nel gennaio 2003 rafforzò il messaggio: «Il bimbo che afferra un sasso, che fronteggia un tank, non è il miglior messaggio per il mondo quando quell’eroe diventa shahid?». Il bambino che lanciava il sasso, simbolo della Prima Intifada del 1987, si trasformò nella creatura carica di tritolo che veniva avviata verso la propria morte e quella di tanti innocenti.
Una figura costruita con un lavoro sociale e culturale intensivo. Il concerto di media e il sostegno religioso e scolastico ha portato quasi ogni bambino dell’Autonomia palestinese a vedersi come aspirante martire, a desiderare l’onore derivante dall’orribile mitizzazione del personaggio. Mohammed Al Dura, il 12enne ucciso il 1 ottobre 2000 in uno scontro di fuoco a un check point, diventò il simbolo dell’Intifada. Presso l’insediamento di Netzarim nella striscia di Gaza, quando ancora esisteva nel gennaio 2003, furono presi due bambini, di 8 e di 13 anni infiltrati per compiere un attacco terroristico. Un anno fa al check point Hawara vicino a Nablus fu fermata dai soldati una creatura di 14 anni, Hussam Abdo, che indossava la cintura di tritolo. Tutti l’hanno visto alla tv, terrorizzato mentre se la toglieva. Una settimana prima Abdallah Kouran, 12 anni, era stato trovato con una borsa carica di esplosivo. L’uso certificato di ragazzi ha toccato fra l’ottobre 2000 e il marzo 2004 il numero di 300. di cui 40 sotto i 17 anni. Meno noto ma costante è l’uso di queste creature per azioni di esplorazione, di trasporto di armi, di distrazione, con grave rischio della vita.

Una scelta che perverte il valore per cui il bambino è oggetto di protezione di tutta la comunità rendendolo strumento di guerra. La tv palestinese dal 2000 ha mandato in onda tanti clip con drammatiche canzoni e immagini strazianti di bambini eroi che lasciano mamma, casa e giocattoli e vanno morire. I soldati vi sono sempre rappresentati come mostri; le madri come donne piangenti ma fiere e felici della scelta dei figli. Shafik Massalha, psicologo arabo, dice: «Il mondo circostante non suggerisce loro che essi sono nati per vivere e non per morire».

Durante un talk show il presentatore ha chiesto a un gruppo di bambini se il martirio era una bella cosa. Risposta: «Cosa può esser meglio di andare in Paradiso?».Una piccola diceva: «Ogni 12enne dice “Oh signore, vorrei diventare martire”».

I libri di testi per tutte le età lodano la morte dei bambini: un verso della poesia «Shahid» nei testi del quinto, sesto, settimo e dodicesimo grado recita «vedo la mia morte e mi affretto verso di lei». In memoria dello shahid del nono grado, Wajdi al Hattab, un giornale riportava le parole del suo maestro: «I suoi compagni hanno giurato di continuare sulla sua strada». E nell’esperienza della cronista, mentre certamente da parte dell’Autonomia Palestinese di Abu Mazen la propaganda è un poco diminuita, ogni ragazzo cui si faccia la domanda se vuole essere shahid, risponde con un’entusiasta adesione.
L’esaltazione di questo modello nel mondo arabo è evidente. Ma essa fu fatta anche dal regime khomeinista nella guerra contro Saddam Hussein, quando schiere di shahid marciarono contro il nemico con una chiave del paradiso di plastica attaccata al collo.

 

Postato da No Way




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28 ottobre 2005

Perchè non chiamiamo le cose con il proprio nome?

Ahmadinejad e il suo Iran non sono ultraconservatori. Sono fondamentalisti islamici. La prima espressione serve al limite a definire la casta al potere a Teheran rispetto alle componenti riformiste all'interno della società iraniana ma è la seconda a definirla davanti al mondo. Non è solo una questione di vocabolario, è un importante elemento di chiarezza concettuale. Quando i giornali o i commentatori occidentali usano categorie interne alla politica di un paese per illustrarne le dinamiche rispetto alla comunità internazionale, producono spesso confusione e incorrono il più delle volte in svarioni imperdonabili (come questo). Definire correttamente un interlocutore o un avversario è la premessa per non trovarsi impreparati nel momento in cui è necessario decidere come comportarsi nei suoi confronti. (...) A Teheran non governa la destra parlamentare britannica, governa il fondamentalismo islamico. Sono nazifascisti, non conservatori.

In effetti è curioso come siamo facili a dare del fascista a chiunque sia democratico (Gasparri, Berlusconi, Fini, Bossi) e non riusciamo a dare del fascista a chi lo è davvero (Chavez, Castro, Putin, Ahmadinejad). Forse è anche più facile dare del fascista ai democratici perchè non si rischia niente. Può essere?
Pensate poi se nelle relazioni internazionali dovessimo dire le cose come stanno. Pensate solo a come suonerebbe un articolo che dica: "firmato un importante accordo commerciale tra il presidente tedesco Schroeder e lo sterminatore di ceceni Putin". Oppure: "firmato a Bruxelles il protocollo d'intesa perche la dittatura siriana si associ all'UE tra gli applausi dei presenti." In effetti suonerebbe strano....




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28 ottobre 2005

Quel no di Maometto al velo

Se lo stesso profeta Mohammad (Maometto) ordinò alla donna di non indossare il niqab (velo integrale) e i guanti durante i riti del piccolo e grande pellegrinaggio, al fine di eliminare questa consuetudine dalla vita delle musulmane — si domanda l'islamologo egiziano Ahmad Chaouki Alfangari—come è possibile che i gruppi oscurantisti e estremisti islamici si siano attribuiti la missione del ripristino del niqab?». E se, come sentenzia Alfangari, «non c'è alcuna imposizione del niqab in tutto il sacro Corano e nel Hadis (i detti e i fatti attribuiti al profeta Mohammad) », perché mai in Italia si considera legittimo il velo integrale islamico in quanto «segno esteriore di una tipica fede religiosa» (circolare del Dipartimento della Polizia del dicembre 2004), mentre viene sanzionata esclusivamente chi lo indossa «in luogo pubblico», come recita anche il recente pacchetto Pisanu di norme antiterrorismo? (...) Leggiamo un passo del nuovo libro di Alfangari (Concezioni sbagliate che fanno arretrare i musulmani), ripreso dal settimanale egiziano Rose El Yossef del 15 ottobre scorso: «Alcuni oltranzisti tentano di interpretare il versetto divino (Corano, XXIV, 30-31) come se imponesse il velo dalla testa fino a ricoprire il volto ». Alfangari accredita la traduzione del versetto in italiano fatta da Alessandro Bausani «si ricoprano i seni d'un velo», sconfessando quella di Hamza Roberto Piccardo dell' Ucoii «lasciar scendere il loro velo fin sul petto». In aggiunta egli cita il detto del profeta, compreso nella raccolta Al Sahih di Al Bukhari, «Che la donna in stato di ihram (stato di purità durante il pellegrinaggio) non indossi né il niqab né i guanti». Ricorda inoltre che «le donne dei compagni del profeta partecipavano alla preghiera collettiva in moschea dietro allo stesso profeta», così come «presenziavano alle lezioni religiose e interpellavano il profeta su qualsiasi questione a viso scoperto». (...) Fonte: Corriere




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28 ottobre 2005

La mia replica a don Colmegna che non pubblicherò

Ringrazio don Colmegna per il suo articolo di ieri in cui delineava proposte concrete per coniugare la legalità alla solidarietà che mi vedono – ancora una volta - pienamente d’accordo con lui.
C’è però un punto del suo articolo, che riguarda più il metodo che il contenuto, che non mi trova d’accordo.
Egli sostiene infatti di non voler “aprire un dibattito sul caso Cofferati.”, e di cercare “piuttosto di dare risposte concrete”. In linea teorica sarei d’accordo con lui anche su questo. Ma la realtà e che parlare solo di programmi senza indicare un modello concreto – meglio se legato a una persona – rischia di rendere il dibattito troppo teorico e quindi circoscritto agli addetti ai lavori. Mi spiego: di fronte all’idea di legalità o solidarietà, tutta la classe politica non può non annuire. Diverso è invece l’effetto se tali principi vengono enunciati da un Sergio Cofferati o da un Totò Cuffaro. E’ la persona che dà corpo alle idee, non viceversa. Ed è la persona che fa la differenza. Pensiamo anche alle recenti primarie dell’Unione: qualcuno può pensare che più di quattro milioni di italiani sarebbero andati a votare se si fosse votato per i programmi invece che per le persone? In questo gli italiani hanno ragione, anche perché la storia ci ha dolorosamente insegnato che anche le migliori idee sono state rovinate dalle peggiori persone.

Non lo pubblicherò perchè il mio obiettivo è che il dibattito si apra alla città e non si fermi a noi due. Vorrei fossero i politici a questo punto a schierarsi, ma temo non lo facciano. E rispondere a mia volta a don Colmegna rischia di diventare un inutile ping-pong tra due. Il fatto stesso che neppure un politico abbia sentito la necessità di rispondere è sintomo di come essi preferiscano parlare di programmi fumosi invece che di soluzioni e modelli concreti. II che non fa che consolidare la mia tesi: per "stanarli" bisogna incalzarli su cose concrete.




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28 ottobre 2005

La risposta di Don Colmegna al mio articolo.

Ho letto l´articolo di Davide Romano apparso ieri su Repubblica con il titolo: "Il caso Cofferati importato a Milano", ma non voglio aprire un dibattito sul caso Cofferati. Evitiamo di confrontarci con frasi ad effetto e di schierarci chi dalla parte della legalità chi da quella della solidarietà, come se fossero due cose diverse. Cerchiamo piuttosto di dare risposte concrete, tipiche della cultura ambrosiana. Iniziamo dunque col chiederci: a Milano è possibile attuare una strategia di intervento sociale che saldi davvero una solidarietà operosa con una legalità visibile sul territorio e sinonimo di sicurezza? Io non solo dico sì, ma avverto anche l´urgenza di dare una risposta affermativa a questa domanda perché le emergenze si moltiplicano e si fanno sempre più complesse e sovraccariche di conflitti, ma anche di opportunità positive. La politica deve intervenire e indicare un percorso. La strada è contrastare l´illegalità salvaguardando, anzi sollecitando, risposte di alto profilo sul piano della socialità.
Se si sgomberano un campo abusivo o una favela è necessario attuare contestualmente un progetto di ospitalità qualificata in grado di affrontare l´emergenza. Se si dice no a bambini e adulti che chiedono l´elemosina in metropolitana offrendo musica si possono promuovere, come accade in altre capitali europee, interventi di intrattenimento musicale, da parte degli adulti, in un quadro di legalità.
La valorizzazione delle capacità professionali potrebbe così creare dei posti di lavoro regolari e, soprattutto, romperebbe con una cultura di assistenzialismo e di pietismo a favore di una vera solidarietà concepita nella legalità.
Senza reticenza dobbiamo contrastare le favelas, i vagabondaggi, lo sfruttamento di minori, l´accattonaggio, il traffico di essere umani. Dobbiamo denunciare con forza e senza mai rassegnarci il degrado e l´illegalità. Ma proprio perché in queste situazioni si annidano le realtà più difficili e le persone che portano con sé dei problemi, dobbiamo mettere in campo risposte qualificate e di eccellenza. È chiaro che per fare questo è necessario superare le contrapposizioni e capire che dove ci sono emergenze strutturali non servono proclami, ma investimenti economici e, soprattutto, di risorse umane e professionali.
La repressione dell´illegalità si può addirittura sollecitare se la politica la accompagna con risposte efficienti, solidali e di eccellenza. La proposta del villaggio solidale, che incontra l´adesione di tante realtà della società civile e del mondo imprenditoriale, è nata da uno sgombero e l´emergenza sta continuando tuttora. Noi andremo fino in fondo nella realizzazione del progetto, ma è troppo chiedere dei programmi preventivi sull´area metropolitana? Secondo me no, a Milano si può e si devono fare.
Per favore, non lasciamoci impantanare in un dibattito lungo che ci costringe a separarci invece che stare insieme a dare delle risposte. Io sono convinto che la solidarietà non solo produce legalità, ma è anche un´impresa di sviluppo.
Non sciupiamo le risorse per far sopravvivere la solidarietà nella cultura dell´assistenzialismo lontana dallo sviluppo di qualità. Questo è anche il modo più serio per rispondere alla legittima domanda di sicurezza dei cittadini.
*presidente Fondazione Casa della carità
 Fonte: la Repubblica





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27 ottobre 2005

Un Cofferati anche per Milano. Proposta di Liberopensiero pubblicata su Repubblica.

In queste settimane dove i nomi dei possibili candidati a sindaco di Milano si sprecano, sarebbe il caso di domandarci qualcosa anche sui loro possibili programmi. Il "caso Cofferati" ci dà una mano in tal senso. Il sindaco di Bologna sta infatti salendo agli onori della cronaca nazionale grazie alla sua encomiabile testardaggine nel perseguire la legalità contro l´abusivismo. Non è necessario avere origini siciliane come il sottoscritto per capire che la sfida al potere dello Stato, rappresentata dall´illegalità diffusa, è il concime (o meglio, il letame) su cui le mafie hanno costruito il proprio contropotere. Certo in Sicilia ad affermare la legalità si rischia la vita, come ci hanno insegnato le vicende dei giudici Falcone e Borsellino. Ed è anche per rispetto al loro coraggio che non possiamo e non dobbiamo rinunciare a imporre la legalità anche nella nostra città, dove i rischi sono infinitamente minori. Per questo chiedo: vogliamo un Cofferati anche per Milano? Vogliamo o no che il nostro prossimo sindaco si impegni a favore della legalità costituzionale almeno quanto l´ex segretario della Cgil?
La mia risposta è decisamente affermativa, a maggior ragione dopo i dati diffusi dall´anagrafe comunale meneghina, che mostrano come nella nostra città si intrecciano 161 etnie e 67 lingue diverse. Per integrare i 160 mila stranieri che abitano la nostra metropoli non possiamo cadere nell´errore di lasciare una sorta di autogestione alle diverse comunità (come nel Londonistan inglese, dove si tolleravano le ideologie violente e fanatiche che hanno portato agli attentati terroristici di Londra del luglio scorso), creando tante legalità diverse e demolendo così il principio di uguaglianza. Se vogliamo che la nostra Milano multietnica sia anche un esempio di civiltà, è necessario un patto sociale che renda tutti uguali di fronte alla legge. Chi nasce e cresce nell´illegalità infatti, è incentivato a proseguire su quella strada.
L´abbiamo visto con l´esempio della scuola islamica di via Quaranta, dove la bagarre sviluppata sulla testa di quei 500 bambini altro non è che il frutto di un´illegalità tollerata e protrattasi per più di dieci anni. All´inizio degli anni ‘90 infatti tale scuola contava solo pochi alunni, se fosse stata chiusa o resa legale allora, oggi il problema non esisterebbe.
Stesso discorso vale per l´abusivismo edilizio che non è però solo quello dei rom, su cui si sta giustamente concentrando l´attuale giunta. L´abusivismo va denunciato tutto. Imporre la legalità alle sole minoranze, rischia di diventare una forma di discriminazione. Ci sono infatti anche abusi edilizi «italianissimi» di cui, guarda caso, si parla molto meno. Pensiamo ad esempio a via Tucidide - presso la ex-Richard Ginori, dove è nato e si sta sviluppando un intero quartiere residenziale illegale - oppure alle varie "case occupate" dai centri sociali. Chi vorrà candidarsi a guidare Milano dovrà esprimersi anche su questi temi che, come ho cercato di spiegare, non sono affatto secondari. Fonte: Davide Romano su Repubblica




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27 ottobre 2005

Sarei a favore della riforma Moratti se....

Il sistema funzionerà (non solo in Inghilterra ci sono 10 tra le università migliori al mondo ma come negli Stati Uniti più del 60% dei diplomati segue corsi di tipo universitario, con una percentuale relativamente bassa di abbandoni) solo se le università saranno costrette a guadagnarsi faticosamente i fondi con cui pagare i salari.
Ciò può avvenire in due modi.
Il primo meccanismo riguarda certamente i fondi statali per le università: devono dipendere dalla qualità della ricerca che essa esprime.
Il secondo modo per fare sudare alle università i loro fondi è di mettere gli studenti in grado di "votare con il loro portafogli". Università libere di alzare se necessario la retta, costringerebbero di fatto gli studenti a porre ulteriori pressioni sulle università a competere su ricerca e insegnamento. Ma come attuare questo senza sfavorire i meno abbienti? Un possibile metodo è quello dei prestiti. Esso prevede prestiti a studenti con ammontare e restituzione graduata: i meno abbienti ricevono un prestito più alto, e l'ammontare restituito dipende dal reddito dopo la laurea.
Cosi strutturata ogni università sarà libera di assumere chi vuole.
(...) nel nuovo sistema l'università X sarà molto contenta se l'università Y promuove un ignorante, perché così facendo Y perde prestigio, fondi e studenti a favore di X.
C’è pero un altro punto indispensabile per la riforma necessaria: distruggere la chiave del potere delle corporazioni professionali. Finché la laurea ha valore legale, la corporazione dei professori ha il diritto/dovere di controllare che i loro futuri colleghi abbiano i "requisiti necessari" per rilasciarla: questa è la funzione legale dei concorsi. Per abolire i concorsi è quindi necessario abolire il valore legale del titolo di studio. Questo che a noi italiani pare come uno strumento basilare, è in realtà un’anomalia tutta nostra. Quale ipocrisia maggiore è quella di equiparare i “pezzi di carta” con lo stesso titolo, quando la qualità degli istituti è determinante per la competenza acquisita. Abolire questa finzione è l'unico modo per costringere le università a una vera competizione per la qualità. E. Galli Della Loggia è tornato a proporlo in questi giorni, i radicali negli anni ’90 ne hanno fatto oggetto di quesiti referendari, accusati di essere l’espressione di “liberismo sfrenato”. Sarebbe un provvedimento d’effettivo impulso ad una vera, ampia, liberalizzazione dei curricula e dell’organizzazione degli studi. (...) Fonte:Notizie Radicali




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27 ottobre 2005

Perchè essere contro la Riforma Moratti. Troppo timida contro i privilegi.

(...) Lo scontro è tra coloro che sono fuori dal sistema, i “figli” di nessuno, e i “figli” privilegiati delle lobby che ipocritamente chiedono università uguali per tutti.
Secondo uno studio di Andrea Ichino, Daniele Checci e Aldo Rustichini, dell’università Bocconi di Milano, in Italia il reddito della famiglia di origine è un fattore più importante, nel determinare il successo professionale dei giovani, di quanto non lo sia negli Stati Uniti, dove le università sono private. La logica delle università “uguali per tutti” non promuove mobilità sociale, ma riproduce e rafforza le diseguaglianze di partenza. Questa fotografia è un dato imprescindibile per ogni altro genere di considerazione. (...) Chi si laurea lo fa ad un'età molto alta rispetto agli standard europei: circa 28 anni. L'università italiana è caratterizzata da un altissimo tasso di abbandoni. Circa il 60% degli immatricolati al primo anno non arriva alla laurea. L'Italia ha il 10,9% della popolazione tra i 15 e i 64 anni che ha concluso gli studi superiori, contro una media europea del 21,22%. E’ inutile dire che mantenere gli studi di un ragazzo fino a 28 anni non è nelle possibilità di tante famiglie. Il sistema dei crediti e la divisione tra laurea e laurea specialistica (il famoso 3+2) introdotti dalla recente riforma ha per lo meno diminuito gli abbandoni (qualche anno fa il tasso di abbandono rasentava l'80%).(...) Quanti, degli studenti che scendono in piazza con i Rettori sanno che stanno difendendo gli attuali concorsi e assunzioni, che la riforma Moratti tenta, senza purtroppo incidere, di modificare. Come denuncia il prof. Roberto Perotti,(...) meccanismo il attuale di concorsi a livello di singole sedi si basa su di uno scambio di favori (...) ciò che sconcerta è la percentuale di vincitori dei concorsi provenienti da ruoli dello stesso ateneo. Tra i professori ordinari, il 90,4 per cento dei vincitori proviene dallo stesso ateneo, cioè ricopriva in esso la posizione di professore associato prima del concorso.(...) Il risultato dei concorsi è quindi scontato in partenza. La decisione sulla promozione da associato a ordinario viene di fatto presa dalle Facoltà che bandiscono i concorsi, non dalle commissioni nazionali di concorso. (...) Secondo uno studio della Bocconi, ogni ricercatore ha prodotto in media 11,2 lavori in Inghilterra contro 5,6 in Italia.(...) Le facoltà dei baroni hanno trasformato i ricercatori in giovani docenti di fatto, caricandoli impropriamente di obblighi, di lezioni ed esami che altrove svolgono associati e ordinari. In questo modo è diminuita la loro attività di ricerca. Da anni questi sottopagati e precari hanno svolto incarichi impropri per restare legati al sistema ed avere la possibilità di entrarci. Hanno lavorato al posto di professori pagati a tempo pieno, mentre questi dirigevano centri di ricerca che sono essenzialmente dei feudi personali.(...) Avendo presente dunque quale scontro sociale oggi vive l’università italiana, chi sono i maggiori responsabili, e il perché dei loro eterni veti, possiamo valutare più laicamente la riforma Moratti. Essa se pur inquadrata in un giusto approccio non propone nessuno degli urgenti meccanismi (...) non miglioreranno il servizio pubblico, perché non introducono, il sistema di incentivi e disincentivi.(...) Fonte: Notizie Radicali







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27 ottobre 2005

Caso Cofferati: sulla difesa dell'illegalità Bertinotti come Cuffaro.

Chi l'avrebbe mai detto che Bertinotti si sarebbe comportato come Cuffaro, che il gatto Fausto sarebbe diventato al Nord quel che la volpe Totò è al Sud, il difensore dell'abusivismo, dell'illegalità e della bruttezza? Non c'è alcuna differenza tra le ruspe di Cofferati, che a Bologna hanno abbattuto cento baracche sul Reno, e quelle che in Sicilia il centrosinistra di Enzo Bianco mandò alla foce del Simeto; o ancora quelle che Celentano, dalla dancing cattedra, di Rockpolitik, vorrebbe mandare ai templi di Agrigento per bonificare al ritmo della Gazza ladra o di Bebop a lula.

La ruspa rock di Cofferati è la stessa del ragazzo della via Gluck, e l'innocente resistenza di Bertinotti a Bologna combacia, involontariamente, con la odiosa e proterva resistenza dei mafiosi di Gela. Sicuramente è di sinistra l'idea che in Italia non ci sono ruspe da fermare, ma semmai da mettere in moto perchè "la santa ruspa" che squarcia e sbriciola è la sola possibile bonifica del territorio, l'inizio di una illinva, concreta e coraggiosa guerra all'illegalità, all'inciviltà e alla bruttezza; la ruspa non come punizione ma come redenzione. E invece la sinistra ambientalista di Paolo Cento, quella antagonista di Bertinotti e quella creativa di Bifo, oggi difendono sino allo scontro fisico l'abusivismo di Bologna con gli stessi argomenti conucoi Cuffaro difende il suo abusivismo clientelare, sempre spacciato per abusivismo di necessità. (...) Francesco Merlo su Repubblica




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27 ottobre 2005

Sul welfare il vero scontro è tra modello scandinavo-anglosassone e franco-tedesco.

Le politiche del lavoro promosse da Tony Blair per rilanciare l'Europa, tanto sbandierate in Italia dagli emuli del premier britannico e tanto temute dai suoi detrattori, ben poco hanno a che vedere con il modello anglo-sassone. Esse sono infatti riconducibili agli esperimenti avviati e riusciti nei Paesi scandinavi all'inizio degli anni '80 e poi fatti propri dal New Labour in Gran Bretagna dieci anni dopo. A ricordarlo è Richard Layard (oggi Lord), teorico economico della Terza Via, di cui Tony Giddens e stato l'architetto sul fronte sociale.

Lord Layard, siamo davanti dunque a un modello svedese...

Non amo parlare di modelli. Ciò che mi pare tuttora valido rispetto a quanto sostenevo già nei miei scritti negli anni '80 è che l'occupazione dipende da due fattori: da come vengono trattati i disoccupati e da quanto sono flessibili i salari nelle diverse regioni. Al Sud dell'Italia e della Spagna, ad esempio, i salari sono troppo alti lispetto alla produttività. In Francia e Germania il problema dì fondo deriva dal modo in cui i disoccupati vengono trattati, ovvero se ricevono sussidi senza alcuna contropartita e senza stimolo a trovare un lavoro. I Paesi nordici, come rilevavo 20 anni fa, sostenendo la necessità di politiche di workfare, avevano visto giusto. Nel 1983 la Danimarca introdusse il principio secondo cui nessuno poteva andare avanti con i sussidi di disoccupazione per oltre un anno.

Insomma, quelle che si chiamano oggi politiche di ricerca attiva del lavoro. Hanno funzionato?

Sì, a giudicare dal fatto che durante il boom degli anni '80, la disoccupazione in Europa non veniva riassorbita in modo sufficiente da nessuna parte. Mentre oggi, nei Paesi in cui le politiche di workfare sono state applicate (Svezia, Danimarca, Gran Bretagna e Olanda), il tasso di disoccupazione è inferiore della metà rispetto a Francia e Germania e la crescita dei salari si mantiene moderata. (...) Fonte: Il Sole24Ore

La disoccuapzione (come tante altre cose) è materia troppo importante per speculazioni politche. Bisognerebbe essere tutti più pragmatici. A fronte della dimostrazione concreta che il modello scandinavo-anglosassone produce la metà della disoccuapzione rispetto a quello franco-tedesco, resta ancora molto da discutere? Possibile che tra la nostra classe politica ci sia ancora qualcuno che evochi il modello franco-tedesco? "Una risata vi seppellirà", si diceva nel '68. Possibile che tra i commentatori nessuno dica a muso duro a questi demagoghi che "no, grazie, di un modello che crea disoccupazione ne faremmo volentieri a meno"?




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25 ottobre 2005

C'è una pedofilia di cui nessuno parla. Questo dovrebbe essere lo scoop che nessun Tg ci racconterà mai.

Dublino, 25 ott. (Ap) - Il governo irlandese ha preso visione di un voluminoso dossier che documenta casi di pedofilia da parte di sacerdoti cattolici nel sud del Paese, protrattisi per decenni. Lo riferiscono i media locali. L'inchiesta relativa è durata due anni e mezzo ed è stata condotta dall'ex giudice della Corte Suprema Frank Murphy.
Lo scandalo coinvolge l'ex vescovo della diocesi di Ferns dagli anni Sessanta, Brendan Comiskey, che nel 2002 rassegnò le dimissioni ammettendo di non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi. Il dossier contiene le interviste a un centinaio di vittime molestate da una trentina di sacerdoti, otto dei quali defunti. Fra questi il reverendo Sean Fortune, accusato di 66 atti di
molestia e stupro su adolescenti, suicidatosi nel 1999. (Ap)

Ci risiamo con queste terribili vicende di bambini violati. Avete mai notato come gli scandali di pedofilia vanno (quasi) sempre nei titoli dei tg? Dico quasi perchè quando si parla di pedofilia legata alla Chiesa Cattolica le notizie scompaiono. Pensate a questa notizia che pubblico qui sopra. Pensate qualcuno la diffonderà oggi nei Tg? Certo che no, così come in passato non si è parlato de:

1)l'ultimo scandalo dei
preti pedofili di Los Angeles, 

2) Ratzinger che rischia l'incriminazione per l'insabbiamento dello scandalo dei preti pedofili in
Texas

3) le carenze denunciate dagli americani di Giovanni Paolo II nel controllo dello scandalo di Boston

4) il Papa che non ha mai dato udienza a nessuna vittima

Delle due l'una: o la pedofilia è una vergogna (e allora è SEMPRE da denunciare) o non lo è. Se lo è bisogna denunciarla sempre, se non lo è, lasciamo perdere. Io sono della prima idea. E voi?

P.S.
spero nessuno mi voglia accusare di pregiudizio anticattolico a causa di questo post (chi scrive infatti ha sempre difeso e denunciato le persecuzioni dei cattolici nel mondo, oltre che difeso il diritto di parola della Chiesa). Qui si parla di violenza sui bambini all'interno della Chiesa. Il problema qui sono i bambini, non la Chiesa. La politica del silenzio e della discrezione (sul fenomeno pedofilia) ha portato infatti le diocesi a non farsi promotrici di giustizia e, anzi, ad applicare la politica del "sposta il prete pedofilo in un'altra diocesi". Questo non deve mai più accadere, per il bene dei bimbi e della Chiesa. E la denuncia dei media può essere un utile strumento per evitare che certi scandali rimangano nascosti e non affrontati a viso aperto.




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25 ottobre 2005

L'influenza aviaria ci colpira solo se ci comportemo da polli: combattendo la ricerca.

(...) La gente protesta: «Dov’è il vaccino, perché le case farmaceutiche non riescono a farlo, perché non liberalizzano i brevetti?». La banale verità è che il vaccino non c’è perché per farlo serve un virus che a oggi non c’è, non si trasferisce da uomo a uomo, non ha ancora trovato e forse non troverà mai la sua forma «umana». L’influenza si chiama aviaria proprio perché ha contagiato solo i volatili e 120 persone in tutto il globo che praticamente dormivano con i polli. Poiché la probabilità che nostro figlio incontri un pollo vivo è praticamente nulla, il panico è del tutto ingiustificato.
(...) All’improvviso, sentiamo tutti il bisogno di scienziati, di ricercatori, di genetisti. Abbiamo appena smesso di insultarli come moderni Frankenstein, perché lavorano sul mistero della vita, o perché votano sì nei referendum, o perché fanno esperimenti sugli animali. E ora eccoci qui a reclamarli. L’industria farmaceutica, fino a ieri pura nota statistica nei tagli della finanziaria, viene invocata a gran voce: dov’è la ricerca sui vaccini italiana? Non c’è più. Fino a qualche anno fa esistevano cinque aziende, quattro hanno chiuso, ne è rimasta una, la ex Sclavo, assorbita dalla multinazionale Cairon, e meno male che ha lasciato in piedi un centro di eccellenza a Siena, capace di impegnarsi a produrre 15 milioni di dosi di vaccino in tre mesi dall’apparizione eventuale del virus. Tre mesi, ma non sono troppi? No, ce ne vorrebbero dai quattro ai sei per coltivarlo, come si fa adesso, nelle uova di gallina; e se volete fare prima, due o tre settimane, bisogna lasciar lavorare in pace i Frankenstein della genetica. All’improvviso si scopre che l’industria dei vaccini è in declino in tutto il mondo (le industrie dal ramo sono scese negli Usa da 37 a 10); perché il mercato mondiale dei vaccini è appena il 2% del mercato dei farmaci, e con una sola pillola di successo per l’ulcera si fanno più soldi. La ricerca opera in un ambiente ostile, irto di cause di risarcimento per inevitabili errori e sperimentazioni, o di campagne infondate sui media, come quella che in Gran Bretagna spaventò a morte i genitori sui presunti effetti collaterali della trivalente, mai provati. E infine la grande favola no global sui brevetti, simbolo di un capitalismo vorace che gioca con la vita pur di non perdere profitti. Senza sapere che sui vaccini non esistono brevetti, perché sono prodotti biologici: quando l’Oms isola il virus, lo dà a tutti, ma solo le industrie che hanno investito in know how e ricerca riescono a produrlo in grandi dosi. (...) abbiamo paura anche della cura delle nostre paure: la ricerca. E invece dovremmo finanziarla e aiutarla. Perché magari stavolta la facciamo franca, ma prima o poi un’influenza mortale arriverà, e dipenderà solo da noi se ci tratterà come uomini del 1918 sterminandoci, o come uomini del XXI secolo capaci di sterminarla. Fonte: Il Riformista

Insomma, l'influenza dei polli ci colpira solo se ci comporteremo come dei pennuti. Se ragioneremo con raziocinio, senza pregiudizi antiscientifici e anticapitalisti, il genere umano se la caverà anche stavolta. Magari salvando anche i nostri (troppo) simili bipedi pennuti :-)




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25 ottobre 2005

Dedicato a chi considera Saddam Hussein un perseguitato e un laico.

Trentasette anni fa Haviva Hanuka se ne stava chiusa in casa col televisore spento mentre decine di migliaia di iracheni affollavano esultanti Piazza Liberazione, a Baghdad, per assistere all’impiccagione di suo fratello Naim.
Naim, insieme ad altri tredici iracheni, di cui nove ebrei, era stato dichiarato colpevole di alto tradimento da un tribunale a porte chiuse che li aveva accusati di spionaggio per conto di Israele e Stati Uniti.
Mercoledì scorso Hanuka ha acceso il televisore, nella sua casa di Givatayim (Israele), per vedere l’uomo che ha messo a morte suo fratello seduto alla sbarra, davanti a una corte che potrebbe condannarlo a morte. (...) Il dolore iniziò nel 1967. All’indomani della devastante sconfitta degli eserciti arabi nella guerra dei sei giorni, i cinquemila ebrei che ancora vivevano in Iraq patirono crescenti forme di oppressione da parte di un governo che li accusava di doppia lealtà. Alla famiglia di Hanuka e agli altri ebrei venne proibito di lasciare il paese. La situazione divenne molto peggiore l’anno seguente quando, con un colpo di stato militare incruento, salirono al potere i ba’athisti guidati da Ahmed Hassan al-Bakr e Saddam Hussein. Nel giro di pochi mesi le forze di sicurezza al comando di Saddam rastrellarono una quantità di persone con l’accusa di spionaggio. Quattordici di queste vennero condannate a morte . La loro pubblica esecuzione per impiccagione venne trasformata in una festa popolare, con autobus e treni gratuiti. (...) Fino alla metà del XX secolo, l’Iraq aveva una grande e benestante comunità ebraica. Tuttavia, dopo la guerra d’indipendenza di Israele, la maggior parte degli ebrei iracheni – circa 120mila – lasciò il paese, sia per convinzione sionista sia per paura di rappresaglie. I genitori di Hanuka scelsero di restare e vi rimasero intrappolati per lunghi anni. (...) La morte dei nove ebrei marcò l’inizio di un regime di assoluto terrore che successivamente, nel giro di pochi anni, avrebbe visto la scomparsa di decine di ebrei. Alcuni sarebbero ricomprarsi solo dentro a delle scatole, col corpo fatto a pezzi. Altri vennero trovati dai famigliari all’obitorio. Di altri ancora non si seppe più nulla. “E’ spaventoso pensare a che mostro sia Saddam – dice Hanuka – Hanno così tanto da giudicare sul suo conto. Ma pensare che mio fratello era nelle sue mani e dovette subire le sue torture è ancora una tortura per me”. (...) Fonte: Jerusalem Post

Dedicato a chi ancora sostiene che sotto Saddam si stava meglio, che c'era un regime laico e socialista che mirava all'uguaglianza. Certo, mirava all'eguaglianza. Voleva tutti uguali, questo sì. Ma grazie all'eliminazione dei diversi (curdi, sciiti, ebrei, ecc.). A casa mia, più che socialismo, si chiama nazionalsocialismo.




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Dice il Corano in 2ª 62: "Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di essi nessun timore, e non verranno afflitti."       

 
 

 

 

 

 

 

Dice il Corano in 18°29: "La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole."















Il miglior sistema di assistenza sociale è un lavoro. (R. Reagan)

Diceva Marshall McLuan che l’indignazione è una tecnica per dare dignità a un idiota. E Valery diceva che l’indignazione permanente è segno sicuro di bassezza morale