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10 ottobre 2005

Elezioni in Liberia: è permesso non stare dalla parte di Weah?

(...) La Commissione Elettorale Nazionale (NEC) ha dato inizio alla campagna elettorale il 15 di agosto, ammettendo alla competizione presidenziale 22 candidati – “accompagnati” dai rispettivi candidati alla vice-presidenza – sostenuti in vario modo da ben 30 partiti (...) Alla metà di settembre ancora nessun candidato aveva presentato il proprio programma né quello del proprio partito. I maggiori quotidiani del Paese, dando prova di grande coraggio e consapevolezza, hanno provato a sbloccare questa situazione minacciando di “oscuramento mediatico” tutti i candidati che non avessero reso pubblici i propri impegni politici prima del 26 settembre. Tuttavia, a questo appello hanno risposto solo Ellen Johnson-Sirleaf, candidata dello United Party, e Joseph M. Woah-tee, leader del Labour Party.(...) Molto meno scalpore (di Weah, NdR) ha suscitato l’altro candidato che ha buone possibilità di elezione, Ellen Johnson-Sirleaf. Eppure, l’ex-economista della Banca Mondiale, con un trascorso come ministro delle finanze sotto il governo Tolbert, sarebbe la prima donna ad accedere alla carica di Presidente della Repubblica in tutta la storia del continente africano.
Sconfitta nel 1997, quando fu l’unica a cercare realmente di abbattere il muro di terrore costruito da Charles Taylor, la Johnson-Sirleaf si presenta con un prestigio internazionale accresciuto da diversi anni di servizio in varie agenzie dell’ONU. La sua fama di strenua oppositrice dei regimi oppressivi e sanguinari che hanno tenuto in ostaggio la Liberia per più di vent’anni e il sostegno pubblico ottenuto da parte di un folto gruppo di importanti politici liberiani – prima tra tutte Aisha Keita Conneh, esponente di primo piano del LURD – sono forse l’unico argine capace di opporsi allo “tsunami politico” sollevato dalla candidatura di George Weah. (...) Fortunatamente, però, un comportamento responsabile riguardo alle future politiche di sviluppo del Paese è venuto dai donors internazionali. Stanchi della dilagante e persistente corruzione della classe politica liberiana – che ha contrassegnato in modo sfacciato anche l’attuale Governo di Transizione – hanno deciso di condizionare l’erogazione degli aiuti allo sviluppo all’accettazione da parte del governo stesso di un piano di controllo e monitoraggio della gestione dello Stato, che prende il nome di GEMAP (Governance and Economic Management Assistance Program). Accusato di ledere la sovranità interna e definito “neocolonialismo istituzionalizzato” dai suoi oppositori – numerosi nel campo politico liberiano, scarsissimi tra la popolazione – il GEMAP è stato discusso per quasi due mesi, al termine dei quali si è giunti all’approvazione di una versione condivisa del testo. Esso prevede la presenza di un membro internazionale al fianco del presidente della Banca Centrale e delle cinque più importanti agenzie governative (come ad esempio il Bureau of Marittime Affaire o la Liberian Petroleum Refining Company), con la necessità che ogni atto emanato da queste istituzioni sia firmato da entrambi i funzionari.(...) Fonte: Equilibri

Perdonatemi il lunghissimo post, ma veder ridurre la questione liberiana solo al buon George Weah mi pareva riduttivo, oltre che offensivo per i liberiani stessi. La candidata Ellen Johnson-Sirleaf mi pare meglio attrezzata del buon Weah. Inoltre, la cosa forse più importante è l'adozione del piano di controllo della destinazione degli aiuti internazionali. Un piano che potrebbe essere rivoluzionario per i paesi in via di sviluppo, se funzionasse. E che potrebbe fare da precedente anche per altri paesi cui continuiamo a versare copiosi aiuti senza controllare se essi vadano ai potenti o alla popolazione. Insomma, la Liberia nei prossimi anni andrà tenuta d'occhio, sperando possa diventare un modello.




permalink | inviato da il 10/10/2005 alle 11:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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Dice il Corano in 18°29: "La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole."















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Diceva Marshall McLuan che l’indignazione è una tecnica per dare dignità a un idiota. E Valery diceva che l’indignazione permanente è segno sicuro di bassezza morale